L’omicidio di Marta Russo è uno dei casi più clamorosi e misteriosi della recente storia italiana. Una ragazza, una studentessa, 22 anni, un proiettile la colpisce alla testa, all’università, il panico e il caos per giorni e mesi, la paura come del terrorismo su Roma. Il documentario Marta – Il delitto della Sapienza, diretto da Simone Manetti, racconterà questa storia e la storia della sua protagonista su Rai2 in prima serata. Un prodotto per “raccontare al mondo la vita di Marta Russo e non più solo la sua morte” come ha raccontato la sorella della vittima Tiziana Russo.

Fu un caso che per mesi rimase sulle pagine dei giornali. Se ne parlava nei talk show e nei telegiornali. Le indagini e il processo che seguirono furono tra i più controversi nella recente storia italiana. Due le persone condannate, che continuano però a proclamarsi innocenti. Per la prima volta nello speciale Crime si partirà dalle parole della ragazza, dai suoi diari ritrovati dopo anni dalla sorella. Un documentario, scritto da Emanuele Cava, Gianluca De Martino e Laura Allievi, con la partecipazione di Silvia D’Amico che dà la voce a Marta e la supervisione di Fabio Mancini.

L’omicidio alla Sapienza

Era il 9 maggio del 1997. Russo aveva 22 anni e studiava Giurisprudenza all’Università della Sapienza di Roma. Sul diario scriveva “voglio essere felice in questa vita, e non in futuro, ma nel presente, per ogni attimo che vivo. Perché non so quanto potrò vivere e cosa ci sarà dopo”. Quella mattina stava passeggiando con un’amica nella Città Universitaria, il quartiere studentesco che ospita diverse facoltà, dopo una lezione. All’improvviso fu ferita con un colpo di arma da fuoco. Il proiettile non fece un grosso rumore. Entrò dalla nuca e fece perdere subito i sensi alla ragazza. Russo morì dopo cinque giorni di agonia in ospedale. Ai suoi funerali partecipò una folla di diecimila persone.

Sul caso si concentrò fin dalle prime ore un’attenzione morbosa da parte dei media. La Procura di Roma nei primi giorni batteva diverse piste: dal terrorismo fino a un’altra che portava a un ex fidanzato della 22enne. Una società contattata dalla Procura stabilì che il proiettile era stato esploso dall’aula 6 dell’Istituto di Filosofia del Diritto. Due anni più tardi tre esperti nominati dalla Corte d’Assise smentirono quella perizia ma la Procura andò comunque avanti su quella pista.

Gli investigatori si concentrarono quindi sulle eventuali presenze in quella stanza quella mattina. Erano partite, intorno all’orario del delitto, due telefonate da quella stanza, entrambe compiute dalla dottoranda Maria Chiara Lipari. La dottoranda in interrogatorio disse, dopo aver cambiato diverse versioni, che in quell’aula c’erano la dipendente dell’Istituto Gabriella Alletto e l’usciere Francesco Liparota “a livello subliminale”.

Aletto, interrogata 13 volte, negò la sua presenza e dopo un interrogatorio di dodici ore – sulla cui metodologia, aggressiva, vennero sollevati parecchie perplessità e tante polemiche – indicò la presenza di Liparota e di due giovani assistenti, Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro. “La prenderemo per omicida!”, si sente nelle registrazioni di quegli interrogatori. Alletto disse allora che a esplodere il colpo era stato Scattone. Scattone e Ferraro furono arrestati nella notte fra il 14 e il 15 giugno. Si sono sempre detti innocenti.

Il delitto perfetto

Sui giornali cominciò a circolare la tesi del “delitto perfetto”, che i due avrebbero citato nel corso di una lezione e che quel giorno avrebbero presumibilmente messo in atto. Diversi testimoni negarono che quella lezione si fosse mai tenuta – ammesso che avrebbe potuto testimoniare qualcosa in termini processuali. Altri moventi non furono mai indagati a fondo. L’arma del delitto non fu mai ritrovata. Le presunte tracce di polvere da sparo nell’aula 6 sono sempre state giudicate controverse e quindi sminuite in sede processuale.

Le condanne di Scattone e Ferraro

La tesi finale fu che Scattone esplose per sbaglio il colpo. Scattone è stato condannato a sette anni in primo grado per omicidio colposo e possesso di arma da fuoco mentre Ferraro a quattro anni per favoreggiamento e possesso illegale di arma da fuoco. L’Appello confermò le condanne quindi annullate in Cassazione per “manifesta illogicità”. Un secondo processo di appello confermò le sentenze del primo grado senza il movente del “delitto perfetto”. La Cassazione confermò la sentenza tagliando l’accusa di possesso illegale d’arma da fuoco (mai rinvenuta). Scattone fu condannato a cinque anni e quattro mesi e Salvatore Ferraro a quattro anni e due mesi, senza prove evidenti che si trovassero in quell’aula quella mattina, senza il ritrovamento dell’arma, senza un movente chiaro e credibile.

“Una volta avviato il meccanismo perverso che mi ha portato in carcere, una volta convocata, la mattina dopo gli arresti, la conferenza stampa in cui il Procuratore aggiunto e il Questore di Roma dichiaravano che ‘il caso è chiuso’, è diventato a quanto pare impossibile per gli accusatori tornare indietro e per le Corti giudicanti assolvermi. Non mi resta che chiedere a voi, quali membri del Supremo Tribunale dello Stato italiano, di fermare questo meccanismo perverso, di restituirmi la dignità dell’innocenza e di far sì che si renda giustizia alla vittima, identificando con ulteriori indagini il vero autore dell’omicidio”, scrisse in una lettera ai giudici della Cassazione Scattone che una volta scarcerato rinunciò a insegnare in un liceo di Roma per via delle polemiche scatenate dai genitori degli alunni.

Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.