Lo scaffale
La storia di un sorvegliante notturno nel mistero de “La stanza 3B”: un uomo solo, un uomo vero
Scritto con stile chandleriano – frasi brevi, immagini brucianti, malinconia in sottofondo – questo “La stanza 3B” (Edizioni Vulcaniche) di Marzio Di Mezza è un romanzo notturno. Infatti il protagonista è Ennio Carbone, sorvegliante di notte di un magazzino che s’indovina deprimente alla periferia di Napoli, è un uomo sulla cinquantina che ha studiato Logica e costella le sue notti di memorie filosofiche.
Carbone è un uomo solo. Non è infelice ma nemmeno felice. È come se avesse scelto la monotonia del vivere con il recondito dubbio di aver sbagliato strada. Ci sono tratti di Philip Marlowe nel nostro Carbone, e certe frasi sembrano sue: «L’oscurità mi avvolse come una coperta umida». Una notte come le altre trascorse nel solito posto di guardia; a un certo punto il tran tran viene spezzato dalla strana sensazione che attorno a lui ci sia qualcosa, o meglio, che si muova qualcuno. Però Carbone, invece di avvertire i superiori o attivare la vigilanza, si mette a inseguire la sua fantomatica preda, annotando tutto sul suo taccuino, probabilmente un’abitudine da ex cronista, e notte dopo notte capisce che qualcosa di strano c’è, in quell’oscuro magazzino. Ma che cosa?
Poi, dopo una serie di ricerche condotte da personaggi vicini ma un po’ strambi, scopre che il mistero è racchiuso nella stanza 3B nella quale nessuno era più entrato da tempo. Quell’indagine è su un fatto reale o non è anche una ricerca di sé stesso? Non è il caso di spoilerare il finale, che è comunque, come ogni finale che si rispetti, sorprendente. C’è, nel romanzo di Di Mezza, tutto il pathos necessario per tenere sempre viva l’attenzione del lettore. E c’è soprattutto lui, Ennio Carbone, sorvegliante di notte, filosofo, uomo solo, uomo vero.
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