L’assoluzione di Vitaly Markiv rappresenta una vittoria della giustizia. L’unico sconfitto è il teorema che in primo grado l’aveva fatto condannare a 24 anni di reclusione per la morte del fotoreporter Andrea Rocchelli e per il ferimento del fotografo francese William Roguelon.

Il grande assente del processo è stato l’altra vittima, Andrej Mironov. Sbrigativamente indicato come l’interprete, era invece un noto dissidente russo e attivista per i diritti umani. Chi scrive lo ha conosciuto, compagno radicale di numerose battaglie dalla fine degli anni ’90. Per questo motivo, per Mironov, abbiamo seguito con attenzione tutto il processo. Per come si è svolto il primo grado, con una sentenza di condanna incredibile – proprio nel senso che non era credibile –, abbiamo deciso di occuparcene, nel tentativo di aiutare a far luce su quello che ritenevamo un gravissimo errore giudiziario. La Corte d’Assise d’Appello di Milano ha corretto quell’errore assolvendo Markiv per non aver commesso il fatto.

Il processo di primo grado si basava sulla convinzione che gli ucraini si erano “stufati” dei giornalisti e avevano deciso deliberatamente di eliminarli. Eccolo il teorema.

Vitaly Markiv era effettivamente, in quel momento, di turno sulla collina? Non importa. Per la pubblica accusa non era stato importante dimostrarlo con certezza, stava alla difesa dimostrare che non c’era. L’inversione dell’onere della prova. Evviva lo Stato di Diritto!

Markiv poteva, con il mirino in dotazione, vedere gli obiettivi e riconoscerli come giornalisti? Non importa. Ricopriva una funzione tale da giustificare il suo ruolo nell’operazione? Non importa. Per la pubblica accusa così si erano svolti i fatti e non era stato importante dimostrarlo con assoluta certezza, al di là di ogni ragionevole dubbio. Nessun dubbio; al punto che la pubblica accusa non aveva ritenuto indispensabile recarsi sul posto per verificare dal vivo e di persona i luoghi, le distanze. Per far condannare una persona a 24 anni è stato sufficiente Google Maps.

Poco importa che nel video di Roguelon, quello drammatico che riprende gli ultimi istanti di vita di Mironov e Rocchelli, con i colpi che si sentono e fanno rabbrividire, Andrej Mironov dica “siamo nel mezzo di un fuoco incrociato”. Non è questa testimonianza che, in primo grado, viene presa in considerazione, ma quella del francese che, anni dopo l’evento traumatico, ricorda la “sensazione” che i colpi arrivassero da parte ucraina. E poco importa che il testimone sopravvissuto sia passato in mezzo ai separatisti che, lo dice lui, smettono di sparare. Nella sentenza di primo grado i filorussi non hanno un ruolo attivo, perché sono gli ucraini gli unici ad avere la responsabilità dell’attacco. Nessun fuoco incrociato. Markiv è il colpevole perfetto, oltre a essere l’unico processabile in Italia.

Ma il teorema travalica le aule del tribunale di primo grado. Il pregiudizio è una componente esiziale: gli ucraini sono nazifascisti, Markiv è un nazifascista – quindi colpevole per antonomasia – chi lo difende è un nazifascista. Noi, radicali, siamo nazifascisti perché solleviamo dubbi sul processo. E chi solleva dubbi sul processo infanga la memoria delle vittime. Anche noi, che di una delle vittime eravamo compagni di strada.

Prendiamo le parole, perfette, del presidente delle Camere penali, l’avvocato Gian Domenico Caiazza, che parlando del processo di primo grado, in un appuntamento da noi organizzato in Senato all’indomani di quella sentenza, disse che le idee dell’imputato sono irrilevanti, potrebbe anche essere un fascista, non deve importarci, in un processo penale va accertata la colpevolezza del reato contestatogli, al di là di ogni ragionevole dubbio, non altro. Se siamo ancora in uno Stato di Diritto.

Ma la macchina del fango è partita. Il caso ha una componente emotiva troppo forte. Noi stessi abbiamo subito molte pressioni “amiche” che ci invitavano a non occuparcene. Ma non è possibile. Leggere in una sentenza, “in nome del popolo italiano”, strafalcioni storici, siti di propaganda russa presi come fonti attendibili, errori di calcolo marchiani, ci impone di gridare, di invocare giustizia. La morte ingiusta di due persone meravigliose non può essere riscattata con una condanna ingiusta. Anche se il colpevole perfetto sembra meno meraviglioso delle vittime.

Ecco perché abbiamo accolto con sollievo la sentenza di assoluzione del processo d’appello per non aver commesso il fatto. Siamo convinti che onorare la memoria di Andrej Mironov e di Andrea Rocchelli significhi cercare la verità, senza pregiudizi, al di là di ogni ragionevole dubbio, senza accontentarsi del colpevole perfetto.