Ti sei fatto trovare prompt? Bene. “Ho capito la lezione, so dare ordini. Ma io non so proprio cosa chiedere all’AI”. Se sei arrivato alla terza lezione con questa frase in tasca, accomodati: sei il candidato ideale, come promesso. L’obiezione che ti sembra una squalifica è il requisito d’ammissione. Le prime due lezioni le hai lette col retropensiero che parlassero ad altri: ai manager, ai cuochi o agli esperti di AI. Questa parla a te. Il guaio non sei tu. È l’idea che ti hanno venduto di questo attrezzo.
Te l’hanno raccontata come un distributore automatico: inserisci la domanda giusta e ritiri la risposta. Con una conseguenza scoraggiante: se la domanda non ce l’hai, resti fuori. Roba per esperti, per quelli che sanno già. È la descrizione sbagliata. Queste macchine sono conversazione e la conversazione funziona al contrario: si entra senza sapere dove si andrà a finire. Cosa fai a cena con una persona appena conosciuta? Non le consegni un elenco di richieste. Parli, ascolti, rilanci, cambi strada. C’è pure un vizio da disimparare: vent’anni di motori di ricerca ci hanno abituato a parlare per telegrammi, parole chiave e niente sintassi. Con queste macchine il telegramma è uno spreco: più parli come parli davvero, meglio funziona. Il territorio non è degli informatici: è di chi sa stare in una conversazione e tenerne il timone.

Oggi, allora, il prompt non serve a chiedere. Serve a farti chiedere: “Voglio capire come puoi essermi utile, ma non so da dove cominciare. Intervistami tu: una domanda alla volta, sulla mia settimana tipo, sul lavoro, su quelle cose che rimando da mesi, su quelle che mi pesano. Non propormi soluzioni finché non te lo chiedo io. Alla fine, dimmi le cinque cose in cui potresti aiutarmi, dalla più semplice alla più difficile, e per ciascuna dammi il primo passo”. Due dettagli reggono il gioco. Una domanda alla volta, sennò ti arriva un questionario da compilare e addio al dialogo. E niente soluzioni premature, sennò dopo trenta secondi il colloquio è finito ed è cominciata la vendita. Le domande che ti farà non sono speciali; è speciale ciò che ti succede mentre rispondi. E se tre proposte su cinque non ti convinceranno, meglio ancora: adesso sai spiegarle perché, e glielo dirai. Si chiama conversazione.

I programmatori lo sanno da decenni. Quando un pezzo di codice non funziona e non c’è un collega libero, spiegano il problema ad alta voce a un oggetto qualsiasi: una tazza, una pianta o un papero di gomma. L’errore, di solito, salta fuori prima della fine della spiegazione. Il papero fa quello che può: il lavoro è l’atto di spiegare, che costringe a mettere in fila le premesse rimaste vaghe in testa. La pratica è così seria che il manuale che l’ha battezzata nel 1999 è un classico della professione; e il papero esisteva davvero: era giallo e stava sul terminale di un programmatore londinese. L’AI, rispetto al papero, ha un vantaggio: risponde. E ne ha uno anche rispetto al collega umano: non sa niente di te. Con chi lavora con te da dieci anni, molto resta sottinteso; con la macchina il sottinteso è zero, devi spiegare tutto. Nel rispondere alle sue domande, tiri fuori cose che sapevi senza saperlo. Un secolo fa, una bambina, rimproverata dalla maestra che le intimava di pensare prima di parlare, rispose: «Come faccio a sapere cosa penso finché non sento cosa dico? L’anno dopo, in un libro di E.M. Forster, una signora anziana, accusata dalle nipoti di essere illogica, rilanciò quasi con le stesse parole. Lo psicologo Vygotskij lo mise a sistema pochi anni più tardi: il pensiero non precede la parola, ma si forma nella parola. Chi scrive non trascrive: scopre. Il colloquio con la macchina funziona così: sei tu che, spiegandoti, ti ascolti. Perfino la risposta sbagliata lavora per te. Quando la macchina fraintende, ti mostra esattamente ciò che la tua domanda non ha detto. Correggerla è correggersi. La bravura, qui, è un’altra: leggere la risposta come un segnale e riformulare, invece di cercare la domanda giusta al primo colpo. I veri professionisti lavorano così con qualunque attrezzo: aggiustano il tiro facendo.

C’è un secondo colloquio da fare, ancora più redditizio. Il giovane collega della scorsa lezione ha un difetto di fabbrica: ogni conversazione nasce smemorata e tocca a te ripresentarti da capo, come a quel call center che a ogni chiamata ti chiede nome, cognome e codice cliente. La cura c’è: ogni assistente serio ha un cassetto per le regole stabili, si chiama “istruzioni”, vive nelle impostazioni, e quello che ci scrivi vale per tutte le conversazioni future. Quasi tutti lo lasciano vuoto. I pochi che lo compilano commettono l’errore del foglio bianco: si mettono a scrivere chi sono a freddo, come in un tema d’esame. Rovescia anche qui: “Aiutami a scrivere le mie istruzioni permanenti. Fammi le domande che ti servono per capire chi sono, che lavoro faccio, come voglio le risposte, cosa non sopporto. Poi, proponimi un testo breve e lo sistemiamo insieme.” Dentro ci finiscono cose semplici: che di mestiere fai il geometra, che le risposte le vuoi brevi, che i grassetti ti irritano, che i numeri li vuoi sempre con la fonte. Dettagli minuscoli, resa enorme. In fondo è il pezzo del prompt che non dovrai più scrivere: il chi sei, il perché e il come lo voglio della scorsa lezione, versati una volta per tutte. Ti presenti una volta sola. Vale per sempre, finché non cambi tu.
Ora la parte seria, quella promessa nella prima lezione: se ti dà ragione su tutto, insospettisciti. Non è cortesia: è addestramento. Questi sistemi imparano dalle preferenze di chi li valuta, e gli umani, potendo scegliere, premiano le risposte che li assecondano. Uno studio sui principali assistenti ha cercato la tendenza a compiacere e l’ha riscontrata in tutti, in modo sistematico. La macchina ottimizza per la tua soddisfazione, non per la verità. Il seguito è peggio. Nei test su migliaia di persone, i chatbot concilianti venivano giudicati “imparziali” e quelli che contraddicevano “di parte”. Chi riceve conferma la scambia per oggettività. E le opinioni, accompagnate invece che contraddette, escono dalle conversazioni più estreme e più sicure di prima.

La conferma radicalizza. Il contraddittorio raffredda. E l’abitudine non resta sullo schermo: chi si allena all’applauso perde l’orecchio per il disaccordo, anche a tavola e in ufficio. La contromossa è da conversazione: pretendi il dissenso. Chiudi le questioni che contano con “dimmi dove sbaglio”, “fammi l’avvocato del diavolo” o richiamando l’acerrimo nemico della scorsa lezione. Che, peraltro, non l’ha inventato la Silicon Valley: lo inventò la Chiesa per i processi di canonizzazione, perché il consenso non si formasse senza incontrare resistenza. Funzionava per i santi, funzionerà per i tuoi progetti. Se ti dà sempre ragione, non stai conversando: ti stai specchiando in modo vanitoso.
Mi si dirà: raccontarsi a una macchina, che malinconia. Capisco l’istinto, ma il quadro è rovesciato: altro che confidenze, stai pensando ad alta voce con un attrezzo che rilancia. E il colloquio ha un vantaggio che nessun umano può offrirti: il giudizio zero.

La macchina non ti trova banale, non guarda l’orologio, non racconta i tuoi fatti al bar. A quindici anni tenevi un diario e nessuno ti dava del malinconico: questo è un diario che fa domande. Per allenarsi a pensare, è la palestra più discreta mai costruita.
Sei entrato senza sapere cosa chiedere. Era l’unico requisito.

COMPITO PER LE VACANZE. Stasera, dieci minuti: fatti intervistare con il prompt qui sopra, una domanda alla volta, fino a cinque proposte. Se una domanda ti annoia, diglielo: le conversazioni si guidano così. Domani, altri dieci: fatti aiutare a scrivere le tue istruzioni permanenti e salvale nelle impostazioni. E da oggi una regola per sempre: ogni conversazione che conta si chiude con “dimmi dove sbaglio”. Alla prossima lezione, l’ultima, ti spiego perché da settembre non ti servirò più: il corso finisce, l’insegnante si licenzia e al suo posto resta lei: l’AI.