I recenti screzi tra il presidente statunitense Donald Trump e la presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni sono un epifenomeno del ben più duro scontro avvenuto nelle scorse ore tra l’inquilino della Casa Bianca e Papa Leone XIV. Confronto a sua volta causato dall’escalation militare delle scorse settimane tra Stati Uniti e Israele da una parte e Iran dall’altra, con particolare riferimento alle sue implicazioni etiche e morali. Ma oltre questi aspetti, ci sono anche dei fattori più economici e politici da tenere in considerazione per avere una visione completa della situazione. Come leggere, dunque, il quadro complessivo? Lo abbiamo chiesto a James Jay Carafano, Senior Counselor to the President della Heritage Foundation.

Come descriverebbe le recenti tensioni tra Donald Trump e Giorgia Meloni? Si tratta di un episodio isolato o va inserito in un contesto più ampio?
«C’era da aspettarselo. I leader europei, anche quelli che riconoscono l’importanza e il valore del partenariato con gli Stati Uniti, devono fare i conti con l’incessante copertura mediatica negativa e le critiche di parte che pervadono l’Europa, influenzano l’opinione pubblica e incidono sulla politica interna. Credo che nessun leader riconosca questa realtà e cerchi di bilanciare meglio tali dinamiche politiche quanto il primo ministro Meloni. Sia il presidente Trump che il primo ministro credono nell’importanza dell’alleanza bilaterale e non permetteranno che la politica o le attuali sfide geopolitiche minino i loro legami personali o la cooperazione bilaterale».

Le tensioni sopra menzionate sono state causate (in)direttamente dalla guerra con l’Iran. Ritiene che ciò stia ostacolando le relazioni transatlantiche nel loro complesso, e non solo quelle tra Stati Uniti e Italia?
«No. La guerra porta sempre incertezza e questo preoccupa le persone. Ma la realtà è che, indipendentemente da come si evolveranno gli eventi da qui in avanti, Trump ha eliminato l’Iran come minaccia alla stabilità regionale o agli interessi vitali dell’Europa o degli Stati Uniti. L’Europa ne trarrà beneficio. Inoltre, si spera che l’Europa impari due lezioni importanti. La prima è che l’Europa ha bisogno di energia abbondante, affidabile e a prezzi accessibili: la base di ciò sono i combustibili convenzionali e probabilmente lo saranno sempre. Le interruzioni dell’approvvigionamento hanno dimostrato quanto sia fragile la situazione energetica dell’Europa a causa di decisioni errate guidate da obiettivi irrealistici di transizione verso le energie verdi. La seconda lezione è la necessità di catene di approvvigionamento alternative, ridondanti e resilienti. È ridicolo che l’Europa dipenda così tanto dal transito del petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz».

Quale potrebbe essere un giusto compromesso tra Washington e Teheran per raggiungere rapidamente un accordo e porre fine al conflitto?
«Non mi interessa molto quale sarà l’accordo, perché la maggior parte della minaccia strategica è stata neutralizzata. Il conflitto persiste solo a causa del regime in Iran. Tutto ciò che interessa al regime è sopravvivere al potere. Ma per sopravvivere vuole continuare a mostrarsi il più duro, intransigente e minaccioso possibile. Più a lungo rifiuteranno un accordo, più deboli e vulnerabili rischiano di diventare. La loro intransigenza è la più grande minaccia per il loro futuro».

In che misura la guerra in Iran sta accelerando l’autonomia strategica europea? E un’Europa più autosufficiente potrebbe alla fine rivelarsi un partner più efficace per Washington?
«Una valutazione onesta è che la guerra ricorda quanto l’autonomia strategica europea sia un’utopia irraggiungibile come obiettivo politico adeguato e fattibile. Inoltre, non è accettabile per molti europei: non vogliono affidarsi solo a Bruxelles per la loro sicurezza, prosperità e libertà future. Considerano il partenariato con gli Stati Uniti come non negoziabile. Rompere con gli Stati Uniti significa solo maggiore vulnerabilità nei confronti di Russia e Cina, non indipendenza strategica».

Lorenzo Piccioli

Autore

Formiche.net