Venti anni dopo, la bandiera italiana nella base di Herat viene ammainata alla presenza del ministro della Difesa Lorenzo Guerini: una cerimonia che sancisce, almeno ufficialmente, la chiusura della missione militare italiana in Afghanistan.

Una ritirata imbarazzata e imbarazzante quella del contingente italiano, che sbarcò con i primi militari nella base di Bagram il 30 dicembre 2001, meno di due mesi dopo la fuga dei talebani dalla vicina capitale Kabul. Venti anni di pantano per Onu, Stati Uniti e le altre nazioni che si sono impegnate sia a livello economico che militare nella guerra voluta dall’ex presidente George W. Bush per catturare il responsabile degli attacchi dell’11 settembre 2001 al World Trade Center e al Pentagono, quell’Osama Bin Laden che in realtà verrà catturato e ucciso soltanto dieci anni dopo.

Ma cosa lascia l’Italia in Afghanistan? Sicuramente i 53 militari morti in diversi attentati contro le truppe straniere da parte dei talebani prima e dall’Isis dopo, oltre a centina di feriti. Il nostro Paese ha raggiunto il ‘picco’ del suo coinvolgimento militare nel 2011, quando l’Italia aveva fornito al contingente della missione Isaf (International Security Assistance Force) 4.250 militari: ancora oggi quello italiano è terzo contingente più numeroso dopo quello americano e tedesco. Impressionante anche il costo economico dell’impegno militare, arrivato a 8.4 miliardi di euro ma che è destinato a salire ulteriormente proprio per sostenere ritiro delle truppe, arrivando cosi a toccare quota 8.5 miliardi. 

In Afghanistan lasceremo anche gli alleati americani, col ritiro deciso con un accordo siglato assieme ai talebani prima a febbraio 2020 da Donald Trump per un ritiro entro il primo maggio di quest’anno, poi ratificato da Joe Biden che ha posticipato l’addio al prossimo 11 settembre, data simbolica.

Ma la ritirata italiana avviene con l’incubo di aver speso un ventennio in Afghanistan con risultati spiazzanti: l’addio dei militari infatti è accompagnato dall’avanzamento costante dei gruppi armati vicini ad Al Qaeda e Isis, mentre i talebani ‘ripuliti’ da Bin Laden sono ormai una forza politica con cui gli stessi Stati Uniti e il governo locale trattano in cambio di un auspicato futuro di pace. Ma in realtà nei vasti territori sotto il loro controllo sono stati limitati o chiusi i programmi destinati all’educazione scolastica delle donne, una delle conquiste avvenute grazie alla ‘cacciata’ da Kabul dei talebani.

Come viene sottolineato anche dalla stampa americana, circa il 50 per cento del Paese non è sotto il controllo delle forze straniere o dal governo locale, ma in mano a bande criminali e/o terroristiche: di fatto sono sole le maggiori città del Paese a obbedire, parzialmente, al governo di Ashraf Ghani.

Non è sfuggito infatti il ‘particolare’ che la cerimonia dell’ammaina-bandiera e lo stesso ritiro delle truppe internazionali si svolga con rigidissimi protocolli di sicurezza per il rischio di attentati.

Non vogliamo che l’Afghanistan torni ad essere un luogo sicuro per i terroristi. Vogliamo continuare a rafforzare questo Paese dando anche continuità all’addestramento delle forze di sicurezza afghane per non disperdere i risultati ottenuti in questi 20 anni“, ha spiegato Guerini nel corso della cerimonia. Le operazioni di rimpatrio si concluderanno a breve: parte dei militari italiani, erano 800 a inizio anno, ha già fatto ritorno a casa, mentre altri procederanno col rimpatrio in breve periodo. L’Italia, ha spiegato Guerini, non lascerà indietro il personale civile afghano che ha collaborato con il nostro contingente ad Herat. Collaboratori e le loro famiglie “verranno trasferiti in Italia a partire da metà giugno“, ha spiegato il ministro della Difesa parlando della sorte dei collaboratori afgani che rischiano ritorsioni da parte dei talebani una volta che il contingente Nato avrà lasciato l’Afghanistan: si tratta di 270 persone già identificate e di altre 400 sulle quali si stanno svolgendo accertamenti.

Non è mancato anche uno ‘sgarbo diplomatico’. Nonostante un piano di volo già ampiamente concordato, gli Emirati Arabi Uniti hanno impedito il sorvolo del Paese al Boeing dell’Aeronautica Militare, con a bordo anche 40 giornalisti, partiti da Pratica di Mare. Il 767 è stato fermo per ore nell’aeroporto di Dammam, in Arabia Saudita per poi riprende il viaggio alla volta dell’Afghanistan. Lo stesso Guerini ha commentato a margine della cerimonia che “la questione non è dipesa da noi, sono state mosse alcune iniziative di carattere diplomatico, è stato convocato l’ambasciatore degli Emirati al ministero degli Esteri per chiedere spiegazioni e per manifestare tutto il disappunto e lo stupore per avere negato il sorvolo rispetto a decisioni che erano già state comunicate, assunte e garantite”.

Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia