Si riparte. Dopo lo storico boicottaggio di ieri e una notte di protesta che ha squassato il mondo dello sport Usa, i giocatori della Nba, firmatari di una rivolta storica, hanno deciso di tornare sul palcoscenico di Disney World, nella ‘bolla’ di Orlando, continuando ad offrire il loro spettacolo.

L’indignazione per le violenze contro gli afroamericani, che sono tornate ad accendersi domenica scorsa dopo il ferimento di Jacob Blake, a Kenosha, nel Wisconsin, finisce per non scalfire la torre dorata. Scendere dal parterre e rinunciare sarebbe probabilmente costato troppo, in termini economici, alla luce anche di una stagione complicata condizionata dall’emergenza Covid-19. I giocatori, dopo una riunione con i proprietari delle franchigie, hanno così deciso di voler proseguire la stagione, dopo che tre partite erano state rinviate ieri in segno di protesta contro l’ingiustizia razziale. Anche quelle in programma oggi sono state cancellate ma da domani l’intenzione è di rimettersi in campo.

Lo ‘strappo’ dei Clippers e dei Lakers, che avevano minacciato di chiudere qui la stagione e andare a casa, è stato in qualche modo ricucito. Il consiglio di amministrazione della Nba si è oggi riunito separatamente per decidere i passi successivi e ha trovato il modo per convincere i giocatori a tornare sul parquet domani o sabato. Erano stati i Bucks ieri sera a boicottare gara 5 contro Orlando anticipando la protesta e subito dopo erano state rinviate anche le sfide tra gli Houston Rockets e Oklahoma City Thunder e tra i L.A. Lakers e Portland. Lo stop ha avviato un boicottaggio che si è rapidamente riverberato su altri campionati professionistici. Sono state infatti annullate anche alcune partite di baseball e calcio professionistico oltre alle tre gare della Wnba: i giocatori delle quattro leghe hanno deciso che il modo migliore per protestare era non scendere in campo. E anche il tennis si è fermato sospendendo per un giorno il torneo di Cincinnati, disputato quest’anno sui campi in cemento di Flushing Meadows. L’ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha appoggiato la scelta dei Bucks mentre star dello sport come la giapponese Naomi Osaka ha annunciato di non voler giocare la semifinale del torneo di Cincinnati.

Dopo una riunione alle 17 italiane, durata poco più di un’ora, che ha fatto seguito al quel brutale boicottaggio, la direzione della protesta è cambiata ma non la forza che il boicottaggio, seppur limitato nel tempo, ha provocato. Resta forte il messaggio che LeBron James, stella dei Lakers, ha lanciato su Twitter contro Trump: “Chiediamo un cambiamento, siamo stufi”, seguito da un secondo messaggio, “cambiamento non succede semplicemente con le parole. Succede con le azioni e deve succedere ora. Per i bambini delle mie scuole, per tutti i bambini e le comunità di tutto il paese., dobbiamo essere noi a fare la differenza. Insieme”.

A stretto giro prima la replica del capo dello staff del vicepresidente Mike Pence, che ha definito le proteste “stupide e assurde”, e poi quello del presidente stesso. Donald Trump ha descritto la Nba comune “un’organizzazione politica”. Contro i giocatori anche il genero e consigliere di Trump, Jared Kushner: “I giocatori della Nba possono pagarsi il lusso di prendersi una serata di congedo, un lusso che la maggior parte degli americani non può permettersi”.