Se c’è qualcuno più lontano dai nostri convincimenti in tema di migranti, diritti, comunicazione, questo è Luca Morisi, l’artefice della Bestia, cioè la macchina comunicativa che ha portato la Lega al suo massimo consenso: algoritmi usati come clave, storie di migranti gettate in pasto a un’opinione pubblica assetata di sangue. Ma proprio per questo crediamo che non solo vada difeso da qualsiasi forma di linciaggio, ma che non serva – come stanno facendo in molti, troppi – rinfacciargli la doppiezza tra ciò che fa e ciò che sostiene in tema di tossicodipendenze. Dovremmo essere capaci di analizzare questo caso di cronaca con distacco, con freddezza, senza farci incastrare dal risentimento o dal fare la morale.

La notizia che Morisi è indagato è arrivata ieri mattina sulle pagine dei quotidiani La Repubblica e il Corriere della sera. Già questo è abbastanza discutibile, perché i due quotidiani l’hanno avuta in esclusiva, come se dalla procura di Verona che sta indagando per cessione di sostanza stupefacente ci fosse la volontà di colpire la persona coinvolta. Ma veniamo ai fatti e al commento che ne sta scaturendo. In molti dicono che non bisogna linciare Morisi – c’è anche chi lo sta facendo sui soliti, maledetti social – poi iniziano con una serie di ma. “Ma lui fa lo stesso, ma lui lincia, ma lui perseguita, ma lui e Salvini vanno a caccia di piccoli spacciatori che mettono alla gogna, ma il suo partito (o ormai ex) mette in galera i pesci piccoli che oggi sono coloro che popolano le prigioni italiane”…

Tutte considerazioni giuste che però rischiano di farci passare dalla parte del torto perché così si sale in cattedra e si finisce esattamente a fare quello che si sta criticando: mettere all’indice l’accusato che – ricordiamo – non è ancora stato processato ed è formalmente innocente. Perché è sbagliato giocare con i “ma”, per far risaltare le contraddizioni tra le vicende personali e il comportamento politico? Non solo perché così facendo sminuiamo il nostro garantismo – troppi “ma” apposti vicino alle critiche per chi lo lincia finiscono per creare il paradosso che mentre diciamo di non voler linciare di fatto un po’ lo stiamo facendo. Ma anche perché paradossalmente stiamo sminuendo la portata delle parole dette in precedenza da Morisi: non importa se lui è coerente o meno, conta ciò che ha detto nel dibattito politico. Vale lo stesso per Salvini.

Invece di fargli le pulci – attività peraltro molto ma molto facile – possiamo dire che la difesa del suo ex responsabile comunicazione, dopo la notizia dell’indagine è invece encomiabile. Non lo ha scaricato e gli ha detto: conta su di me. Dopo anni e anni, in cui – da destra e da sinistra – se viene indagato qualcuno di una forza politica, si fa a gara da parte degli amici a prendere le distanze, a chiederne la testa oppure a far finta di nulla per timore di venire travolti, è bello che questa volta il leader della Lega – che sicuramente avrà un contraccolpo anche elettorale da questa vicenda – dica che lui c’è e che non abbandona il suo amico. Invece di ricordare a Salvini tutte le volte che ha fatto il contrario, usiamo questo suo comportamento per dire che anche gli altri politici dovrebbero fare così, che sarebbe bello che un avviso di garanzia non provocasse la richiesta di dimissioni, lo stigma, la lettera scarlatta.

Tra il dire e il fare, c’è sempre una differenza. Ma questo non riguarda solo Morisi ma chiunque. Ammettere questa verità ci renderebbe meno moralisti e meno impietosi anche verso noi stessi. A meno che qualcuno non ritenga di essere perfetto e allora si può permettere di denunciare le contraddizioni anche così profonde dell’altro. Ma – questa volta il ma lo usiamo noi – nessuno ci crede davvero.

Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica