Ciò che ognuno di noi è realmente, la personalità (o le tante) che ci guida, si annida nei particolari. Tic, vezzi, balbuzie, segnali a volte vistosi, a volte minuzie. Certo, solo i professionisti possono coglierne il senso, trarne conclusioni. C’è un video in cui Raffaele Cutolo rende dichiarazioni spontanee in corte d’assise, non è tanto recente, per cui l’imputato parla di presenza, addirittura esce dalla gabbia, si siede davanti alla corte, a mani libere. Cutolo parla delle dichiarazioni di Giovanni Pandico, anche lui presente in aula.

Sembra una gag famosa di Totò: il pazzo che cerca di convincere il medico che il pazzo sia un altro. Il presidente lascia parlare l’imputato, e quando Cutolo si sente di soverchiare dialetticamente il giudice, il suo tono, da bonario diventa arrogante, cattivo. La follia di Pandico risiederebbe nell’avergli chiesto una ciocca di capelli e un pezzo d’unghia del mignolo, feticci di un uomo che il futuro avrebbe trattato da grande. “Pandico faceva paura agli altri carcerati, sapeva fare citazioni in latino, girava con un’agenda e si sentiva il direttore del carcere”.

Cutolo è sicuro di aver dimostrato la pazzia del suo accusatore, di dominare la scena. “Ma lei gli ha dato un po’ dei suoi capelli, un pezzo d’unghia, ha acconsentito che il Pandico scrivesse la sua biografia”, lo fulmina il presidente. Cutolo raccoglie le spalle a guscio, annaspa e torna a usare il tono bonario. Cutolo e Pandico hanno inizi criminali simili: una terribile reazione a quella che ritenevano un’offesa imperdonabile, una parola di troppo alla sorella per uno, un eccesso di zelo di un impiegato per l’altro. Cutolo ammazza un uomo che fa un apprezzamento a Rosetta, Pandico spara all’impazzata nel Comune, uccide un vigile, perché gli fanno troppe domande per rilasciargli un documento. I due si conoscono in carcere, fanno un percorso nei manicomi giudiziari. Cutolo negli anni realizza un sogno orribile e folle: atterrare la camorra vera, tradizionale. Fonda una sua organizzazione mettendoci dentro i rifiutati e gli offesi della mafia dei Bardellino, dei Nuvoletta, degli Alfieri: scarti di crimine.

È il padrone delle carceri, e davvero per qualche anno impera nella malavita. Il suo è un regno di sangue. Ma lui era già tutto dentro la lunghezza spropositata dell’unghia del suo dito mignolo, stava infisso nelle cellule morte che corrono nello spazio e poi si incurvano, si fermano, perché la fuga è impossibile. L’unghia del mignolo nelle culture rurali era il simbolo dell’emancipazione dal bisogno: chi lavora la terra deve avere unghie cortissime perché non gli siano d’impedimento. Chi ha unghie lunghe non fa lavori manuali.

L’unghia di Cutolo era il suo sogno d’emancipazione, finito nel sangue, affogato nel carcere. De Andrè rispose male ai suoi ringraziamenti per la canzone Don Raffaè, negò che fosse riferita a lui. E Cutolo che aveva solo una follia da raccontare non aveva altro aedo a cui affidarla se non il compagno di manicomi giudiziari, Giovanni Pandico. C’è una foto bellissima del carcere di Reggio Calabria, mostra un passeggio sul cui muro è disegnato un arcobaleno, sopra c’è una rete di copertura: dentro ci sono rimasti incastrati tre palloni.

Pedate troppo forti li hanno mandati fuori dal gioco, per sempre, ma non sono state abbastanza forti per mandarli oltre il muro, in un altro gioco. Quei palloni, da lontano, sembrano gonfi e turgidi, ancora nuovi. Se ricadono a terra si afflosciano al suolo, se gli si dà un calcio rimangono infilzati nel piede. Se si buttano fuori dal muro non potranno più animare nessun gioco. Bisognerebbe portarli in un angolo sicuro per consentirgli di esalare l’ultima aria avvelenata, per gli altri e anche per loro. Per quei palloni e per i vecchi arnesi del male come Cutolo bisogna trovare un posto al riparo dagli altri. Sono solo fantasmi su cui, dopo averli sconfitti, si dovrebbe esercitare solo la pietà. Ne uscirebbero rafforzati lo Stato, la società, i sentimenti, sarebbe davvero la prova di essere diversi e migliori.