Nelle precedenti puntate abbiamo cercato di indicare le connessioni, in genere pudicamente trascurate, fra le questioni militari durante la Guerra Fredda e la politica interna, in particolare l’agibilità del Pci come possibile partito di governo occidentale, una volta consumato in modo irreversibile lo strappo avviato da Enrico Berlinguer, e poi rimasto incompiuto. Il comune sentire che è stato tramandato di quel periodo che comprende gli anni Ottanta, cioè quelli della massima crisi e poi della soluzione della crisi, viene riassunto più o meno così: erano anni di forte contrapposizione fra Est e Ovest, ma ormai i semi della democratizzazione erano penetrati nel sistema sovietico che nel giro di qualche anno, attraverso la “perestroika” e la “glasnost” di Michael Gorbaciov e sotto la pressione dell’Inghilterra di Margaret Thatcher e degli Stati Uniti di Ronald Reagan, sarebbe entrato nella crisi che avrebbe condotto alla caduta del Muro di Berlino e poi al collasso dell’intero sistema. Questa – riassunta in modo semplificato – sarebbe la versione ideologica e umana di quel che accadde, ma del tutto scollata da quella militare che a sua volta è ancora l’unica chiave in grado di restituire senso ai veti incrociati e ai desideri incrociati, per un ingresso del Pci nei governi italiani. Ho citato in un precedente articolo il volume “A Cardboard Castle?” dove si possono leggere tutti i verbali delle riunioni del Patto di Varsavia (l’alleanza anti-Nato) le quali invariabilmente riferivano di un unico schema di esercitazione militare: quello che prevedeva una penetrante controffensiva dopo aver respinto un’aggressione dell’Europa occidentale tale da permettere una velocissima conquista delle coste atlantiche sigillandole. Qual era la ratio di una tale ossessione militare? L’hanno spiegata molti politologi del mondo sovietico e può essere riassunta così: l’Unione Sovietica si era resa conto di non poter reggere a lungo una corsa al riarmo con gli Stati Uniti a causa degli altissimi costi e della qualità tecnologica di armi capaci di manovrare anche nello spazio (le cosiddette “guerre stellari”, agitate dal presidente americano Ronald Reagan). Yuri Andropov, per un quindicennio inflessibile capo del KGB e poi Segretario Generale del Pcus, teorizzava la necessità di tentare il colpo di mano finché fosse aperta una finestra di possibilità, ma nel caso non fosse stata realizzabile un’operazione militare vincente, di passare al piano “B” consistente nello smantellamento e sganciamento dei Paesi satelliti troppo costosi da mantenere, con una operazione di “strategia del sorriso” di cui si sarebbe volentieri occupato il giovane segretario e pupillo di Andropov, Michail Gorbaciov.

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L’esame delle esercitazioni cui si sottoponeva annualmente il Patto di Varsavia dimostra che ogni operazione militare aveva come teatro di partenza e come retroterra di manovra un solo Paese: la Polonia. La Polonia era stata da sempre considerata un Paese ostile e difficile: una prima guerra subito dopo la sua costituzione in Stato indipendente nel biennio 1919-1921 avea messo in ginocchio la fragile Armata Rossa guidata da Leon Trotzki e da Josef Stalin. Nel 1937 Stalin fece arrestare l’intero gruppo dirigente del partito comunista polacco costringendo il numero due del Comintern Palmiro Togliatti a tornare di corsa con un volo militare sovietico dalla Spagna per firmare le condanne a morte del PCP (e gli storici pensano che quell’atto brutale fosse, nella mente di Stalin, una sanguinosa precauzione per poter poi procedere alla spartizione con la Germania nazista nel settembre del 1939). Davide Lajolo – che è stato direttore dell’Unità – ricorderà molti anni dopo in un’intervista televisiva di aver chiesto a Togliatti con quale animo avesse firmato quelle condanne e che Togliatti rispose: “Se non l’avessi fatto, mi avrebbero ucciso e resta da vedere se fossi stato più utile da morto in quel momento o più utile per le battaglie che ci attendevano”.  La Polonia fu allora spartita fra Germania e Urss (il 52 per cento andò all’Unione Sovietica), poi alla fine della guerra assegnata come “area di influenza” e poi minacciata più volte di invasione, secondo la ricetta già sperimentata nella Germania dell’Est nel 1953, nell’Ungheria del 1956 e nella Cecoslovacchia del 1968.

La Polonia preferì l’auto-golpe del generale Wojciech Jaruzelski pur di impedire una invasione, ma il problema rappresentato dalla Polonia non era affatto di natura ideologica (la stragrande maggioranza dei polacchi era notoriamente molto cattolica e al novanta per cento anticomunista) né religiosa, ma militare. Il vero colpo di scena che avrebbe cambiato gli equilibri del mondo era avvenuto il 16 ottobre del 1978 (l’anno del rapimento e della uccisone di Moro, l’anno della morte di Papa Montini e della improvvisa e sospetta morte dell’appena eletto Papa Luciani con il nome di Giovanni Paolo I) quando il cardinale Jozef Wojtyla era stato eletto al Soglio di San Pietro. Il nuovo papa non soltanto era in piena forma fisica, sciatore, attore, eccellente oratore con un passato di resistente prima ai tedeschi e poi ai sovietici, ma guidava sul territorio polacco il potentissimo sindacato Solidarnosc, di cui era leader l’elettricista Lech Walesa, che poi diventerà il primo presidente della Polonia democratica. Io ho conosciuto Walesa a Varsavia durante l’affare Popieluszko, dal nome del giovane prete Jerzy Popieluszko ucciso nel 1984 e per il quale si celebrò un processo a porte chiuse. Ma poi ebbi con lui quasi uno scontro quando venne a Roma per partecipare ad un convegno sul decennale dalla caduta del Muro di Berlino di cui ero il chairman e che quasi mi aggredì: “Piantatela – mi disse nel 1999 – di celebrare il Muro di Berlino come l’evento e la data che fecero crollare il comunismo sovietico. Il comunismo cadde a Varsavia, non a Berlino e lo facemmo cadere noi polacchi. Il muro di Berlino lo fece cadere Gorbaciov e fu un’operazione di maquillage sovietico che voi occidentali ancora vi bevete”.
Era furioso. Ma non aveva torto. Anzi aveva pienamente ragione. L’avvento di Papa Wojtyla per Mosca significava qualcosa di molto più ostico di un semplice papa antisovietico. Quell’uomo era la causa fisica, personale, della inagibilità territoriale e dunque militare dell’intera Polonia, perché Solidarnosc aveva dimostrato di avere il controllo dell’intero Paese e di essere in grado di far saltare se necessario ogni linea di comunicazione. Questo fatto provocò una forte reazione al Cremlino ancora nelle mani di Yuri Andropov e poco dopo l’elezione del Papa polacco fu sottoscritto un documento interno nel Soviet supremo, firmato anche da Michail Gorbaciov, in cui si raccomandava un attento contenimento dell’attività papale, fino alle “misure attive”, espressione molto tecnica che serve a indicare le cure dei servizi segreti. Quando riaprii l’inchiesta sull’attentato a Wojtyla del maggio del 1981 all’interno della Commissione Mitrokhin, fu possibile fare analizzare due volte le foto che ritraevano un uomo con i baffi che si trovava accanto al killer Ali Agca, da due diversi expertise (uno chiesto dalla maggioranza e uno dalla minoranza della commissione) che conclusero con i moderni strumenti della medicina legale computerizzata che quell’uomo era senza ombra di dubbio Serghei Antonov, capo della sede romana del servizio segreto bulgaro, sotto la copertura di direttore della compagnia Bulgaria Air e l’ambasciatore bulgaro a Roma mi confermò l’intera storia. Naturalmente il sicario Ali Agca, arrestato dopo aver sparato al papa ferendolo, aveva ampiamente confessato di essere stato ingaggiato dai bulgari per conto dei sovietici, salvo poi dichiararsi pazzo e reincarnazione di Gesù Cristo in Terra. E poi raccontò al giudice Imposimato che l’ordine di cambiare versione gli venne impartito dal “magistrato interprete” bulgaro Markov Petkov che venne a Roma per la rogatoria insieme al giudice militare Jordan Ormankov. Questi ormai, a distanza di anni, appaiono come sbiaditi dettagli. Ma il punto da focalizzare per quanto ho potuto nella mia lunga inchiesta e secondo le testimonianze raccolte è la tentata eliminazione del papa polacco fu un estremo (e fallito) gesto violento per recuperare l’agibilità militare della Polonia.