L’incontro con Mauro Palma -che ha da poco cessato la carica di Garante Nazionale dei Detenuti- comincia con un po’ di ritardo.

«Mi scusi avvocato. A Terni, c’è stato l’ennesimo suicidio, il diciottesimo dall’inizio dell’anno. Ero al telefono con chi mi ha riferito la notizia».

Volevo proprio chiederle anzitutto cosa pensa di questa drammatica scia di lutti. Ha ragione il Ministro Nordio, quando dice che sono fenomeni fisiologici?

«Quando si parla di suicidi, si impone molto rispetto verso una scelta estrema che spesso è frutto di motivazioni complesse e imponderabili. Cercare di darne una spiegazione rischia di essere un atto di presunzione. Non si può però ignorare il differenziale che esiste fra il tasso di suicidi che si registrano in generale e quelli che avvengono in ambito detentivo. Nel nostro Paese, dove il tasso generale è piuttosto basso, questo differenziale, nel 2023, era intorno a 17, vale a dire che il numero dei suicidi in ambito detentivo era 17 volte superiore a quello generale. Nel 2022 addirittura 20 volte. Sono dati preoccupanti che ci devono far riflettere, secondo me, non solo sulle condizioni di vita e di sovraffollamento dei luoghi di detenzione, ma anche sul tipo di comunicazione che si tende a dare, in Italia, sul carcere. La retorica del nemico, che ricorre sempre più nell’ambito penale, tende a rappresentare il carcere come il luogo di confinamento dei “cattivi”, se possibile senza ritorno. Chi ci cade dentro fa molta fatica ad adattarsi ad un contesto così fortemente stigmatizzante, che ha sempre considerato estraneo ai suoi orizzonti. Molti suicidi rispondono a questo senso di sconforto».

In effetti, anche noi avvocati constatiamo continuamente il disagio dei cittadini che, quando vengono toccati personalmente dalla giustizia penale, scoprono improvvisamente cosa significa trovarsi dall’altra parte e sentirsi trattare come “delinquenti”.

«Sì, purtroppo, ci sono molti casi di suicidio che originano da situazioni di marginalità preesistenti alla detenzione, che finisce per fare da detonatore, ma altrettanti, secondo la mia esperienza, rispondono a queste dinamiche emotive. Bisogna anzi stare molto attenti, anche quando si denunciano le condizioni di degrado e di sofferenza dei luoghi di detenzione, a non contribuire ad alimentare la percezione diffusa di questi luoghi come punti di non ritorno».

Però attualmente ci stiamo avvicinando sempre più ai numeri drammatici di dieci anni fa, quando ci fu l’infamante condanna dell’Europa per le condizioni inumane e degradanti legate al sovraffollamento carcerario.

«Ci avviciniamo con una progressione allarmante. Il numero dei detenuti cresce di circa 400 unità al mese, il che significa 5000 all’anno. A volte chi ci governa sembra non comprendere il significato dei numeri».

Per intenderci, significa che dovremmo costruire, ogni anno, una decina di nuovi Istituti della dimensione di quello di Firenze Sollicciano, o di Prato, per guardare alla mia Regione, in cui questi sono i più grandi ed ospitano circa 400/500 detenuti ciascuno. Lei ha già risposto al Ministro, che indica nella costruzione di nuove carceri la soluzione al problema del sovraffollamento.

«L’edilizia penitenziaria è importante e il progetto di realizzare 8 nuovi padiglioni grazie ai fondi del PNRR è un progetto cruciale, ma bisogna tenere a mente le proporzioni. 8 nuovi padiglioni da 80 detenuti ciascuno, che rappresentano già uno sforzo straordinario dal punto di vista finanziario, corrispondono solo a 640 nuovi posti disponibili».

In passato, qualcuno ventilava l’ipotesi di costruire carceri di grandi dimensioni. Non crede invece che le dimensioni ridotte costituiscano il principale antidoto verso il rischio di disumanizzazione dei rapporti?

«Sono d’accordo e aggiungo che, aumentando le dimensioni, si tende a creare delle isole sempre più scollegate dal contesto sociale, laddove la risocializzazione richiede una proficua interazione fra i luoghi di detenzione e le comunità di appartenenza».

Ci sono allora raccomandazioni alternative che si sentirebbe di consigliare?

«Anzitutto, secondo me, in questo momento, ci vorrebbe un provvedimento di urgenza che consenta di ridurre rapidamente la pressione, per dare ossigeno al sistema e, al contempo, un po’ di fiducia. Penso ad esempio al disegno di legge sulla liberazione anticipata allargata, purché non venga troppo annacquato nel corso del dibattito parlamentare. Altro efficace strumento, in periodo pandemico, è stato quello delle licenze straordinarie ai semiliberi, che potrebbe aiutare se si rendessero disponibili gli spazi in tal modo liberati. Resta soprattutto l’esigenza di immaginare forme di penalità diverse, non necessariamente alternative alla detenzione ma alternative al carcere come viene oggi declinato, almeno per le pene di breve o brevissima durata. Il che tuttavia non ha molto a che vedere con l’idea di trasferire i detenuti nelle caserme o altrove. In ogni caso, bisognerebbe evitare la tendenza degli ultimi anni, che sembra caratterizzare anche le pene sostitutive introdotte dalla riforma Cartabia, di creare nuove forme di penalità che, invece di alleggerire il peso che grava sul sistema penitenziario, vadano ad aggiungervisi, intercettando ambiti che esulavano dall’area carceraria. Di questo passo, guardiamo ancora ai numeri, fra i detenuti, circa 60 mila, le misura alternative, circa 86 mila, e i c.d. liberi sospesi, circa 90 mila, abbiamo attualmente un’area di penalità che comincia ad essere davvero molto estesa e questo ci interroga profondamente sul modello di società e sul grado di libertà al quale intendiamo aspirare».

Gabriele Terranova

Autore

Avvocato Penalista