Riccardo Noury è il portavoce di Amnesty International Italia, organizzazione per la difesa dei diritti umani di cui fa parte dal 1980. Gli abbiamo chiesto cosa stia accadendo sul piano del diritto internazionale ai diversi italiani detenuti nel mondo, spesso in condizioni inumane e degradanti.

Come commenta il caso Ilaria Salis? Una nostra connazionale in ceppi, al guinzaglio…
« Quelle di Ilaria Salis sembrano immagini che provengono dall’Egitto o dalla Cina, invece la realtà ci dice che è un’aula giudiziaria della capitale di uno Stato dell’Unione europea. Quindi una immagine crudele che denuncia un trattamento degradante, che riguarda non solo l’udienza del 29 ma tutto il periodo precedente ».

Eticamente e politicamente inaccettabili, perché o si rispetta lo stato di diritto e le leggi europee o ci si chiama fuori.
« Aggiungo un terzo elemento: sono giuridicamente inaccettabili. Siamo fuori dagli standard internazionali sulla detenzione. Siamo davanti a un deragliamento completo dello stato di diritto ».

Il governo Meloni farà la voce grossa, secondo lei?
« C’è un percorso che è iniziato, con la telefonata Meloni-Orbàn. Un percorso che mira a individuare il modo per applicare una direttiva-quadro del 2009, quella che consentirebbe a Ilaria Salis di tornare in Italia con una misura cautelare, proseguendo il procedimento giudiziario da imputata ».

Quali sono le condizioni che devono verificarsi?
« Il giudice deve accogliere la richiesta fatta dai legali di Salis, che chiedono l’ammissione ad una misura cautelare alternativa. L’Italia deve chiedere all’Ungheria di attuare la direttiva europea del 2009, consentendole di trascorrere questa misura cautelare in Italia, e che la giustizia ungherese lo accetti ».

Anche perché in Italia la Salis, sia pure a fronte di un’aggressione, non sarebbe stata condannata a quella pena.
« I fatti che le sono addebitati, ovvero aver causato lesioni a due persone con referti di guarigione per 5-8 giorni, ovvero la modestia del fatto materiale che le viene imputato, rispetto alla pena prospettata: undici anni in caso di patteggiamento e molti di più se non patteggiasse, segna una sproporzione incredibile. E la cosa che preoccupa è il teorema che ci sarebbe dietro all’iniziativa così violenta della Procura ungherese… »

Quale teorema?
« Di una qualche forma di adesione a una rete internazionale di anarchici violenti – tutta da dimostrare – che dalla Germania passi per l’Italia, per darsi appuntamento in Ungheria. Salis diventa il capro espiatorio di una cospirazione internazionale di forze oscure che ce l’hanno con l’ordine imposto da Orbàn. Diciamo così. Si ritrova a fronte di un fatto specifico modesto a dover rispondere di una grande macchinazione. Mi auguro che tutto questo castello accusatorio cadrà ».

Quando si ha a che fare con Orbàn si usano pesi e misure diverse, rispetto a altri casi?
« Ogni caso è diverso, credo che ci sia una prudenza da usare. Non possiamo fare paragoni con Alessia Piperno che in 40 giorni è tornata a casa dall’Iran, rispetto al caso Ilaria Salis. Ogni storia presuppone che ci siano tre cose che funzionino ».

Quali?
« L’attenzione della stampa, la mobilitazione della società civile e l’attivazione della politica. Quando queste tre funzionano, il risultato si ottiene. Mi auguro che sarà così anche per Ilaria Salis ».

Certo sono un po’ distratti al Governo. Sono undici mesi che la famiglia Salis manda pec e mail a tutte le istituzioni, eppure Palazzo Chigi e Farnesina dicono di non averne saputo niente fino a pochi giorni fa. Qualcuno mente.
« Noi la storia la abbiamo conosciuta poco dopo l’arresto, chiamati dagli avvocati e dai famigliari. Abbiamo cercato aggiornamenti, ma dall’Ungheria non è arrivata nessuna notizia. Solo a settembre 2023 l’imputata ha potuto rendere note le sue condizioni. E comunque parliamo di quattro mesi fa, non ieri. Non si può dire che non si sapeva niente, questo non è possibile. Dopo di che è possibile che nel frattempo non c’è stata alcuna attività diplomatica?»

Avrebbe dovuto attivarsi almeno la rete consolare…
« Certo. La convenzione che parla dei diritti consolari è del 1963 e l’Italia è vincolata a dare ai detenuti italiani all’estero ogni forma di assistenza possibile. In caso contrario si dichiara la scomparsa del nostro connazionale. Se si viene a sapere che è detenuta, c’è un protocollo che viene attivato. Non per iniziativa ma per prassi. La domanda che mi faccio è: come è stata gestita la richiesta? »

Non è stata gestita, se è vero che cadono tutti dal pero.
« Evidentemente sì, ed è una situazione anomala. Che pone domande ».

C’è stata omissione di atti d’ufficio?
« Non saprei dirlo. Ascolto con grande inquietudine le parole dei legali della Salis che dicono che ci sono state altre udienze in questi undici mesi in cui Ilaria è stata tenuta in condizioni di estremo degrado in carcere. Se la Farnesina riceve dalla famiglia Salis le stesse informazioni che hanno mandato a noi, come mai noi ci indigniamo e loro dicono di non aver visto niente? »

Stavolta, all’udienza del 29 gennaio, c’erano telecamere e fotografi. Media e social media hanno mosso ancora una volta le istituzioni. È la solita logica delle influencer? Ci si muove solo a seguito di campagne virali e non per le informative riservate, che so, dell’Unità di Crisi?
« L’opinione pubblica e i media hanno sempre svolto un ruolo, ed è un bene. Se non ci fosse stata la foto del corpo di Stefano Cucchi, non si sarebbe mosso niente. La politica arriva sempre dopo perché agisce su sollecitazione. In un mondo ideale le istituzioni dovrebbero muoversi prima e a prescindere ».

In Italia il giornalista Enzo Carra, portavoce di Forlani, nel 1993 venne arrestato e mostrato ai giornalisti in aula con gli schiavettoni, esposto come un trofeo di caccia. Nei prossimi giorni ricorre il primo anniversario della morte. Abbiamo imparato qualcosa dal buio di quegli anni di Tangentopoli?
« Ho visto quell’immagine. Chi si occupa di diritti umani tiene uno sguardo a 360 gradi e parla di problemi di sistema. I problemi della giustizia nell’Unione Europea hanno fatto i conti, negli ultimi anni, con un sistema di regole, di garanzie, di rispetto dello stato di diritto che non può essere tradito. Anche perché l’Ue e il Consiglio d’Europa ha emesso una quantità di condanne, incluse Italia e Ungheria, per violazione dell’articolo 3 della convenzione europea sui diritti dell’uomo, che basterebbe eseguire le indicazioni europee per evitare certi abusi ».

Cosa prescrive l’articolo 3?
« Vieta i trattamenti inumani, crudeli e degradanti. E la tortura. Ci sono state tantissime sentenze, incluse quelle sul sovraffollamento carcerario, che banalmente bisognerebbe solo guardare a quelle e riparare ».

Fuori dal campo regolamentato europeo c’è l’inferno sulla terra: nelle carceri cinesi e turche, egiziane e russe. C’è Navalny di cui sappiamo ormai pochissimo. E ci sarebbe pure Guantanamo…
« Proprio per questo c’è Amnesty, per tenere accesi i fari sul mondo. C’è un universo carcerario nel mondo di cui le persone non sanno niente. Quello di Navalny è un caso grave, è stato mandato in una base artica con temperature sottozero. E sì, dal 2002 c’è Guantanamo con trenta detenuti di cui non si conoscono le condizioni ».

Ilaria Salis d’altronde non è l’unica italiana, Filippo Mosca al gelo torturato e umiliato in cella tra i topi: incensurato e arrestato durante un viaggio in Romania.
« Noi facciamo la nostra parte sensibilizzando e informando le persone, ma Budapest e Bucarest hanno due ambasciate italiane. Deve esserci una catena di informazione, la rete consolare deve funzionare e deve essere lo Stato ad assumere le sue iniziative ».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.