Luca Bernardo ha lasciato Forza Italia per Futuro Nazionale. Il capogruppo azzurro a Palazzo Marino, candidato sindaco del centrodestra nel 2021, se n’è andato dopo il pranzo di La Russa con gli aspiranti sindaci, al quale non aveva preso parte.
Confessiamo un doppio sentimento. Perplessità, perché se ne va un capogruppo che si era offerto di replicare l’avventura elettorale. E rammarico, perché il medico che il centrodestra scelse per rappresentarlo approda a coordinate assai diverse da quelle che lo candidarono.

La tentazione è di archiviarlo come un gesto bizzarro. Ma le radici forse sono lontane: da venticinque anni Milano ha un progetto che nessun partito aveva scritto. San Siro, la città verticale, le aree dismesse, l’attrattività internazionale: un disegno nato da una visione economica e assecondato da giunte di ogni colore. Ha funzionato. Ma ha prodotto una classe politica che ha imparato ad accompagnare anziché decidere, e che quando il meccanismo si è inceppato — lo stadio, l’urbanistica, le case, la sicurezza — non ha avuto strumenti per riscriverlo. Da qui il veto senza proposta: si può fermare ciò che altri hanno progettato, non lo si può sostituire.
Nel 1998 la prima giunta Albertini convocò gli Stati generali di Milano: mesi di lavoro con quei corpi intermedi oggi smarriti, e il confronto con le idee di mezza Europa. Fu un’affermazione di primato: la politica convocava la città e proiettava la sintesi in un progetto che parlava all’intero Paese e oltre. Quel primato lo abbiamo lasciato cadere.

Recuperiamolo. Prima l’agenda, poi i nomi: un confronto bipartisan sulle linee di sviluppo verso il 2050, da cui le candidature emergano. Un progetto seleziona le persone, fino a indicarne una che lo incarni. Non il contrario.Lo diciamo soprattutto ai riformisti dei due schieramenti, che a Milano valgono un quarto dell’elettorato e si autocondannano a contare meno di quanto pesano. Nessun regolamento congressuale li assolverà dall’unica cosa che tocca a loro: scrivere che città vogliono. Che città vogliamo.