La corsa a Palazzo Marino assorbe già tutte le energie e le attenzioni, e si capisce: è il traguardo più ambito. Ma ridurre il cammino verso il 2027 milanese alla sola scelta del sindaco sarebbe un errore di prospettiva. La metropoli non finisce alla circonvallazione esterna. L’abbiamo detto cento volte e continueremo a dirlo. Perché è una dimenticanza che ricorre. Nello stesso anno andranno al voto decine di comuni della cintura, e alcuni non sono affatto dormitori anonimi.

Custodiscono una storia industriale che ha fatto la Lombardia e un’attualità produttiva e sociale che incrocia i nodi stessi del capoluogo: la casa introvabile, il lavoro che cambia pelle, le aree dismesse da rigenerare, le diseguaglianze che corrono lungo le fermate del metrò. Sesto San Giovanni, San Donato, Cinisello, Cernusco non sono periferie passive di Milano: ne condividono il destino e talvolta ne anticipano gli orientamenti politici.

Una vera visione metropolitana — quella che la Città metropolitana, ente ancora gracile, fatica a incarnare — impone di leggere questo arcipelago come un corpo solo. Le scelte su trasporti, sanità e urbanistica non si fermano ai confini comunali; la vita di chi abita l’hinterland dipende da Milano quanto Milano dipende dai lavoratori, dagli studenti e dalle imprese che ogni mattina arrivano da fuori.

È una questione sociale, ma anche profondamente di prospettive urbane ed economiche: dagli studentati, ai data center, all’edilizia residenziale, alle nuove linee della metropolitana. Per questo Ambrogio seguirà anche quei percorsi quelle candidature, quei voti, comune per comune. Non per dovere di cronaca, ma per convinzione: il governo della metropoli che verrà si decide nei consigli comunali della cintura, fra ex aree industriali e nuovi quartieri, tanto quanto sotto la Madonnina.