Su manifesti 6X3 campeggia un nome scritto nero su bianco a caratteri cubitali: Maria Ammirati. Poi la scritta: “Fino a che non sarà fatta giustizia per mia figlia io non mollo”. Firmato mamma Rosaria Mastroianni. Poi le foto che ritraggono una giovane donna sorridente e spensierata. Quella donna, Maria, è morta il 28 giugno 2012. Sua madre Rosaria Mastroianni da quel momento non si dà pace: “Voglio che sia fatta giustizia per mia figlia e per tutte le donne a cui non deve succedere quello che è successo a lei”, dice con gli occhi pieni di lacrime. E per questo motivo ha tappezzato Napoli e Caserta di enormi manifesti, per far sentire la sua voce e per ricordare a tutti una delle assurdità tutte italiane, quella di un processo che ci ha messo 8 anni per terminare in primo grado. Un vero e proprio calvario che è anche ripartito il 21 gennaio 2020 presso i giudici della Corte D’Appello di Napoli.

“Chi ne ha causato la morte, paghi”, c’è scritto su un altro cartello. E così Rosaria non si perde d’animo e porta avanti la sua lotta che, sottolinea più volte, “non è per il risarcimento, perché nessuna somma di denaro potrà ricompensare la perdita di mia figlia”. La sua storia sembra quella del film “Tre manifesti a Ebbing Missouri”, in cui mamma Mildred Hayes (Frances McDormand), affiggeva i manifesti in città reclamando giustizia per la figlia morta in drammatiche circostanze.

Era l’estate 2012 quando Maria Ammirati, 36 anni, al quarto mese di gravidanza, decise di sottoporsi ad un’amniocentesi. Il suo medico effettuò l’operazione nel suo studio, e da quel momento per Maria è iniziata una terribile corsa che in appena due giorni ha portato alla sua morte. “Mentre il dottore le faceva l’amniocentesi si spense la telecamera – racconta mamma Rosaria – Lui si abbassò per riaccenderla senza disinfettare la parte che doveva essere bucata. Le disse di stare a casa tranquilla per 4 o 5 giorni e di prendere un antibiotico. Ma pochi giorni dopo mia figlia accusava forti dolori alla pancia”.

“Il medico disse che era solo un mal di pancia e consigliò di farsi un’iniziazione di un antidolorifico – continua il racconto Rosaria – Dopo l’iniezione continuava a non stare bene e richiamato il dottore per la seconda volta, gli disse che stava vomitando e si stava facendo pipì addosso. Lui le disse di prendere una tachipirina”. Maria continuava a stare male e per questo motivo Rosaria e il compagno della ragazza decisero di portarla di corsa all’ospedale di Caserta.

“Una dottoressa le fece un’ecografia e le disse che il bambino era vivo – racconta Rosaria – La visitò anche con lo speculum. Mia figlia gridava dal dolore, ma anche quella dottoressa disse che Maria non aveva nulla. La mandò a casa dicendo che aveva una semplice colica renale”. All’indomani, tornata dal suo dottore, continuava a sentirsi dire che non era niente.

Ma Rosaria non era affatto convinta che non si trattasse di nulla, così accompagnò la figlia all’ospedale di Marcianise per un secondo ricovero. “Hanno visitato Maria e hanno detto che il bambino era morto e che doveva abortire. Mi dissero anche che aveva una leucemia galoppante e che dovevo portarla in un altro ospedale perché in quella struttura non c’era l’ematologo. Mi consigliarono di portare io stessa mia figlia in auto a Caserta”. Qui la narrazione di mamma Rosaria si fa piena di angoscia mista a rabbia. “L’ospedale di Marcianise ci ha mandato un bel susamiello” si sentì dire da una dottoressa. Nessuno capiva cosa avesse Maria. Nelle successive ore la situazione è completamente precipitata. Le ore passavano e il bambino morto continuava a stare nella pancia di Maria e nessuno faceva nulla per toglierglielo. Anche l’ipotesi della leucemia era svanita ma restava una grave infezione.

Passarono altre ore e i medici decisero di operare Maria prima per espellere il bambino e poi per capire cosa fosse tutto quel liquido amniotico che aveva fino alla gola. E infine la portarono in rianimazione. “Un’infermiera nel cuore della notte uscì per dirmi che Maria era morta. Mi dissero anche di denunciare perché tutto questo non sarebbe mai dovuto succedere. E così abbiamo fatto subito”.

Da allora sono passati 7 anni prima di arrivare alla condanna in primo grado di 4 medici a 4 anni di reclusione e al risarcimento della famiglia. “Condannati perché “in concorso tra loro, in qualità di medici, per colpa nell’esercizio della professione medica ed in particolare per imprudenza, negligenza, imperizia, cagionavano la morte di Ammirati Maria”, si legge nella sentenza.

Ma il calvario giudiziario non trova ancora fine e il caso finisce davanti alla Corte d’Appello. “Dopo il danno anche la beffa, tre beffe – dice Rosaria – Che non ho più mia figlia e mio nipote che avevo chiamato Calogerino. Poi che questi medici che hanno sbagliato continuano a lavorare. E io dopo 8 anni dalla morte di mia figlia ancora vado e vengo dal tribunale senza avere avuto giustizia. Non vedo l’ora che finisca per trovare un po’ di pace”.

Giornalista professionista e videomaker, ha iniziato nel 2006 a scrivere su varie testate nazionali e locali occupandosi di cronaca, cultura e tecnologia. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Tra le varie testate con cui ha collaborato il Roma, l’agenzia di stampa AdnKronos, Repubblica.it, l’agenzia di stampa OmniNapoli, Canale 21 e Il Mattino di Napoli. Orgogliosamente napoletana, si occupa per lo più video e videoreportage. E’ autrice del documentario “Lo Sfizzicariello – storie di riscatto dal disagio mentale”, menzione speciale al Napoli Film Festival.