Per carità, con la squadra del cuore non si scherza: è un po’ come la mamma o il primo amore di gioventù. Perciò lo sgomento dei tifosi del Napoli per la mancata qualificazione alla prossima Champions League, oggetto di migliaia di post sui social oltre che di approfondimenti sui giornali e in tv, è più comprensibile. Meno lo è, invece, la pressoché totale indifferenza di buona parte dell’opinione pubblica a proposito di quanto accaduto nella Corte d’appello di Napoli.

Qui un avvocato ha trovato, sulla copertina del fascicolo, una bozza della sentenza a carico del suo assistito: un documento con tanto di sigillo dello Stato, intestazione «in nome del popolo italiano» e dispositivo con conferma della condanna pronunciata in primo grado, messo nero su bianco prima della discussione del sostituto procuratore generale, dell’arringa del difensore e della camera di consiglio. Mancavano solo le firme dei giudici della quarta sezione. La Camera penale ha gridato allo scandalo, mentre i vertici dell’Anm hanno precisato come quel documento fosse soltanto un appunto, accusando il difensore di avere divulgato atti coperti dal segreto.

Ora il sacrosanto principio del garantismo, che non va mai applicato “a corrente alternata”, ci induce a ritenere che quello accaduto in Corte d’appello non sia stato un fatto “premeditato” né che sia l’oggetto di una prassi diffusa nelle aule giudiziarie napoletane. Si sarà trattato, tutt’al più, di un caso isolato e di una leggerezza commessa in completa buona fede. Certo è, tuttavia, che il caso è esploso in concomitanza con il monito lanciato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «La credibilità della magistratura è imprescindibile: si prosegua a fare luce su dubbi, ombre, sospetti e responsabilità». Senza dimenticare che, secondo un recente sondaggio, la fiducia degli italiani nella magistratura è crollata dal 68 al 39% in dieci anni. In questo scenario, anche il semplice sospetto di una sentenza scritta prima della discussione e della camera di consiglio non fa altro che danneggiare ulteriormente la funzione giurisdizionale e i suoi stessi interpreti, quantomeno nella percezione che ne hanno i cittadini.

La verità è che, a fronte di un numero evidentemente ridotto di magistrati e di un costante incremento del numero dei fascicoli assegnati a ciascuno di loro, la qualità del servizio giustizia è scaduta da vent’anni a questa parte. Lo confermano le statistiche che collocano il distretto di Napoli ai vertici di tutte le classifiche (negative) in materia di giustizia: primo per errori giudiziari nel 2020, primo per durata delle cause civili davanti in primo grado e in appello e così via… Davanti a tutto ciò, anche alla luce delle drammatiche conseguenze di una giustizia tanto approssimativa e pachidermica, sarebbe logico aspettarsi una mobilitazione generale. Anche stavolta, invece, non una sola parola è stata espressa da associazioni, movimenti, esponenti politici e rappresentanti istituzionali (al netto della Camera penale, ovviamente). Nessuno ha chiesto un’ispezione ministeriale alla guardasigilli Marta Cartabia o gli opportuni chiarimenti alla magistratura né ha colto l’occasione per sottolineare la necessità di un referendum come quello proposto da Radicali e Lega.

Tutti erano impegnati ad analizzare il Napoli di Rino Gattuso o a dare la caccia ai responsabili del deludente quinto posto in campionato. Stefano Caldoro, leader del centrodestra regionale e storicamente attento al tema della giustizia, ha persino diramato una nota in cui imputava il fallimento della squadra azzurra al presidente Aurelio De Laurentiis e ne invocava le dimissioni. Silenzio su quanto sta avvenendo nelle aule giudiziarie di Napoli. Vuoi vedere che una qualificazione in Champions vale più dell’efficienza delle Corti, del rispetto dei diritti e della corretta applicazione della legge?

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.