«Il fenomeno riguarda soprattutto gli enti locali, quindi i Comuni. E, per quanto riguarda le amministrazioni centrali, soprattutto gli uffici decentrati sul territorio. I numeri parlano chiaro: negli ultimi quattro o cinque anni sono stati aperti mediamente oltre 6mila fascicoli all’anno per abuso d’ufficio e le condanne alla fine sono state, per ogni annualità, sotto le 50. È quindi evidente che questo reato va rivisto e siamo contenti che nel decreto Semplificazioni si sia tentato di tipizzarlo meglio». Barbara Casagrande, segretario generale dell’Unadis, il sindacato dei dirigenti dei Ministeri, delle agenzie fiscali, di Inps, Inail e della Presidenza del Consiglio dei ministri, accetta di commentare, con il Riformista, la proposta di riforma del reato di abuso d’ufficio.

Quanto è necessaria questa riforma?
«La norma sull’abuso ufficio, più che scritta male, è stata in questi anni interpretata male. Non voglio creare conflitti tra poteri dello Stato, ma se una norma dice che commetto un abuso se violo una legge o un regolamento e conseguo un vantaggio patrimoniale agendo con dolo, il fascicolo dovrebbe essere aperto solo se ci sono tutte queste fattispecie. Il fatto che ci siano ogni anno migliaia di fascicoli aperti e solo pochissime condanne fa pensare che c’è stata una esagerazione dell’interpretazione che la magistratura ha fatto e questo ha messo in difficoltà l’amministrazione. Tra l’altro è singolare che l’abuso sia punito più severamente dell’omissione. Serve una riforma che consenta di lavorare con più serenità».

A chi accusa la pubblica amministrazione di volersi sottrarre al controllo cosa risponde?
«Gestiamo risorse pubbliche ed è corretto che ci siano controlli, ma abbiamo già cinque livelli di responsabilità: civile, penale, amministrativa, contabile e dirigenziale. Siamo soggetti abituati e formati da anni di studio e di esperienza a gestire cinque livelli di responsabilità, che non ci spaventano perché è alto l’onore di servire la Repubblica. Siamo per sanzionare e isolare le mele marce che agiscono con dolo, ma ci preme essere messi nelle condizioni di fare bene il nostro lavoro, e con una giungla di norme che a volte si contraddicono e procedure farraginose non è sempre facile. Bene, quindi, che nel decreto Semplificazioni abbiano indicato tutte le ipotesi di discrezionalità che sono fuori dall’abuso».

Discrezionalità è la parola chiave.
«Vorremmo che ai cittadini fosse chiara una cosa: la discrezionalità amministrativa non è arbitrio, ma ponderazione di interessi. Quando adotto un atto amministrativo io pondero, valuto le istanze che sono pervenute, le comparo, vedo qual è l’interesse pubblico a cui è finalizzato il provvedimento che devo adottare in attuazione di una norma di legge o di una norma secondaria e da questa mia ponderazione, che si chiama discrezionalità e va motivata, nasce l’atto. È sbagliato pensare che facciamo quello che ci pare e che la nostra discrezionalità sia una libera scelta, perché non è così».

Il problema, secondo lei, è più normativo o culturale?
«È necessario sicuramente intervenire sulle norme, in modo da averne meno ma più chiare e scritte meglio. Ma serve anche un messaggio culturale nuovo, per considerare le assunzioni nella pubblica amministrazione non un costo ma un investimento (ce ne sarebbe bisogno visto che da anni non c’è un turnover adeguato e molti dirigenti stanno andando in pensione) e per smettere di credere che la pubblica amministrazione sia fatta da fannulloni e furbetti del cartellino, perché è fatta da persone che lavorano con serietà, professionalità e un alto spirito di servizio».