Dopo l’arresto “mi hanno menato di brutto alla stazione e mi hanno detto che mi avrebbero dato quarant’anni se non gli davo la password del mio telefono”. E’ il racconto di Finnegan Lee Elder, al padre e all’avvocato che lo andarono a trovare nel carcere a Regina Coeli, il 2 agosto scorso, dopo l’arresto, insieme al connazionale Gabriel Natale Hjort, per l’omicidio a Roma del vice brigadiere Mario Cerciello Rega, 35 anni,originario di Somma Vesuviana (Napoli).

“Mi hanno buttato a terra, mi hanno dato calci, pugni, mi sono saliti sopra, mi hanno sputato addosso”, disse Elder secondo quanto emerso dalla intercettazioni tradotte dall’inglese e oggetto di perizia su disposizione della Corte d’Assise dove si sta svolgendo il processo per l’omicidio del carabiniere, ucciso con undici coltellate lo scorso 26 luglio del 2019.

“Non voglio imparare l’italiano, sono cosi’ stanco di sentire l’italiano, lo odio, se mai tornerò negli Stati Uniti, e la gente mi fa ‘ooh la cultura italiana, la lingua italiana, che bellezza’ io dirò [quella merda?] è disgustoso fa schifo non voglio mai più sentire l’italiano, mai più”.

Finnegan racconta poi la sua versione su quanto accaduto la sera dell’omicidio Cerciello. ”Noi eravamo rivolti verso l’altra direzione e loro stavano, avvicinandosi di soppiatto per arrivare dietro di noi e poi mi sono girato e l’ho visto tipo a un metro da me e poi mi ha placcato”, dice il californiano. ”Siamo andati giù e lui mi è salito sopra e mi ha dato qualche pugno e poi ha iniziato a strangolarmi ed ecco perché ho tirato fuori il mio coltello. L’ho accoltellato tipo, due volte nella pancia e quello – dice ancora – non ha aiutato molto perché sembrava solo restare qui e quindi ho semplicemente continuato a pugnalare e poi una volta che ha smesso una volta che mi ha lasciato il collo me lo sono buttato via di dosso e son scappato”.