“Pinelli è stato assassinato”. E se oggi ce lo confermasse qualche “barba finta”? Quante volte il grido è risuonato nelle strade e nelle piazze degli anni settanta. Quante volte, per lunghi cinquanta anni, si è chiesta verità, una verità che almeno assomigli un poco alla realtà dei fatti, su quel che accadde in quell’ufficio della questura di Milano dalla cui finestra l’anarchico Pino Pinelli precipitò e morì verso la mezzanotte del 15 dicembre 1969. Ed ecco che spunta, mentre ci prepariamo alla cinquantunesima ricorrenza, dal nulla di una lunghissima latitanza africana, la voce di un uomo di novantanove anni, il generale Adelio Maletti, che fu uomo importante dei servizi segreti di quei tempi e che fu condannato per il depistaggio sulle indagini della strage di piazza Fontana.

E dice che in effetti qualcosa andò storto quella notte. E che la tesi ufficiale del suicidio di Pinelli “era una bufala”, come gli confidò un altro che la sapeva lunga, il generale Miceli. Se dobbiamo credere alle barbe finte, l’anarchico Pino Pinelli è proprio stato sbattuto giù dalla finestra. L’intervista a Miceli, pubblicata dal Fatto quotidiano, è stata realizzata da Andrea Sceresini e Alberto Nerazzini ed è stata registrata per un programma su piazza Fontana. È stata anche raccolta una battuta di uno dei poliziotti che quella notte erano nella stanza del commissario Calabresi, uno dei due sopravvissuti, il brigadiere Panessa: “Quella notte Pinelli se l’è cercata”. Una frase violenta e impietosa. Ma che non fa che confermare come quella notte sia accaduto qualcosa di diverso dal suicidio di un colpevole, ma anche qualcosa di diverso dall’”incidente di lavoro”. In quella stanza, lascia intendere Panessa, non c’era stato solo un imprevisto di poliziotti un po’ maneschi. No, qualcuno si era vendicato nei confronti del reprobo che si ostinava, dopo tre giorni di interrogatorio illegale, a non confessare.

Il generale Maletti non si limita ad avanzare un’ipotesi, anche se nell’intervista la presenta come tale. “Pinelli si rifiuta di rispondere alle domande. Gli interroganti ricorrono quindi a mezzi più forti e minacciano di buttarlo dalla finestra. Lo strattonano e lo costringono a sedersi sul davanzale. A ogni risposta negativa, Pinelli viene spinto un po’ più verso il vuoto. Infine perde l’equilibrio e cade”. Non è un’ipotesi, perché a Maletti, che sarà al Sid solo dal 1971, lo scenario viene confermato da diversi personaggi che invece allora c’erano, se non nella stanza, negli ambienti dei servizi segreti dove si costruì la famosa tesi ufficiale del suicidio di Pino Pinelli. E cioè dal maggiore di carabinieri Giorgio Burlando, responsabile del centro di controspionaggio di Milano, dal colonnello Antonio Viezzer, capo della segreteria del reparto D del Sid, e appunto dal generale Vito Miceli, capo del servizio segreto militare dal 1970 al 1974, quello che definì “una bufala” la storia del suicidio. A qualcuno è scappata la mano? O è sfuggito di mano proprio il corpo di Pinelli?

Per un’intera generazione, per quelli di noi che c’erano, per quelli che hanno gridato e ritmato “Pinelli- è stato- assas-sinato”, l’intervista di Maletti è solo una conferma. La conferma di quel che la giustizia penale non ha saputo o voluto accertare. È la dimostrazione del fatto che non sono state inutili le nottate passate con il giudice D’Ambrosio in quel cortile della questura a guardar buttare giù in vari modi quel manichino che non era Pinelli e che in nessun modo mai veniva giù come un corpo di chi si dà una spinta volontaria. Cadeva sempre come un corpo morto. Anche se poi, in modo poco coraggioso la sentenza finale parlò di “malore attivo”.

Oggi uno che si intende di intrighi e imbrogli e bugie di Stato ci dice che non ci fu nulla di “attivo” in quella precipitazione. Perché il volo di Pinelli non fu suicidio, ma neanche accostamento volontario alla finestra. No, l’anarchico ci fu spinto e poi sempre più spinto all’infuori del davanzale fino a cadere. Questo si chiama omicidio. E questi si chiamano sistemi da Gestapo. Il codice penale usa tante formule e sfumature, compresa quella del dolo eventuale, per definire situazioni come quella che dipinge il generale Maletti. E insieme a lui una serie di altri spioni di Stato molto anziani e molto, ne siamo sicuri, di buona memoria.

Non credo sia interesse di nessuno oggi processare i morti o mandare in galera i vegliardi. Ma la verità si, quella vogliamo saperla. Per Pino, per la moglie Licia e le figlie indomite Claudia e Silvia, per il movimento anarchico. E per tutti noi ragazzi e ragazze di allora che avevamo capito e siamo stati imbrogliati da una giustizia che ci ha messo il bavaglio perché non potessimo più dirla, quella verità. Oggi, 15 dicembre, il nostro amaro in bocca è un po’ meno amaro. Che cosa diceva quella ballata incisa su un 45 giri, “parole e musica del proletariato”? Una spinta e Pinelli cascò. E non faceva neanche tanto caldo, nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.