La necessità di scrivere una tesina per l’esame finale di un master da parte di Antonella Delfino Pesce, ha trascinato la 55enne Anna Lucia Cecere, difesa dagli avvocati Giovanni Ruffo e Gabriella Martini, in un gorgo giudiziario che non ha molti precedenti nella storia del Paese. Delfino Pesce, genetista veterinaria di origini pugliesi, attratta dalla specializzazione forense, nel 2017 aveva deciso di trasferirsi nel capoluogo ligure per frequentare un master in criminologia e scienze forensi all’Università di Genova. Il master, nelle intenzioni della donna, doveva servire per avere, come dirà poi lei stessa in una intervista, nuove “prospettive”.

Il fascicolo perso

Alcuni amici al termine del corso gli suggerirono di scrivere la tesina su un cold case molto famoso in Liguria, quello della morte di Nada Cella, una ragazza di 24 anni che era stata uccisa con il cranio fracassato il 6 maggio del 1996 nello studio di Marco Soracco, un commercialista di Chiavari, ed i cui autori non erano mai stati individuati. Cecere per quell’omicidio era stata all’epoca indagata dai carabinieri a seguito di una telefonata anonima e poi archiviata “non essendovi stati risconti agli iniziali elementi indiziari”. Il fascicolo con le indagini svolte era stato però perso e quindi nessuno era in grado di sapere di quali elementi gli inquirenti avessero avuto contezza. Senza essersi mai occupata di simili vicende processuali, la genetista veterinaria si mise in contatto con la madre della povera ragazza uccisa, Silvana Smaniotto. Giorno dopo giorno la confidenza crebbe e quell’incontro “rocambolesco” si tramutò in un rapporto molto forte. Delfino Pesce recuperò allora i verbali delle indagini che erano state fatte nel 1996 e, soffrendo d’insonnia, scoprì leggendoli che ci sarebbero stati “tantissimi indizi” non valorizzati in maniera opportuna.

Le tesi

Passarono i mesi e Delfino Pesce incontrò persone che potevano fornire informazioni su quanto accaduto, alternando “scoramento” e “malinconia”. Arrivò a contattare Soracco ed anche Cecere che nel frattempo da Chiavari si era trasferita in Piemonte, a Boves. L’incontro avvenne insieme alla madre della ragazza. Delfino Pesce andò personalmente a bussargli a casa e la donna ebbe una reazione “esagerata”. Va ricordato che la stessa aveva avuto una vita molto difficile, rimasta incinta di un uomo molto più grande di lei da cui si era poi separata. L’incontro fu determinante per le tesi di Delfino Pesce che si precipitò subito in Procura per chiedere altri verbali che vennero digitalizzati dal magistrato, convincendosi a riaprire le indagini.

La riapertura del fascicolo

La morte di Nada diventò la ragione di vita per Delfino Pesce. “Ti sei fissata su questo caso”, gli dicevano gli amici. Nel 2021, come detto, la riapertura del fascicolo per un “significativo approfondimento istruttorio”. Dopo due anni ecco arrivare la richiesta di rinvio a giudizio. La pm Gabriella Dotto formulò il capo d’imputazione. La ragazza sarebbe stata uccisa da Cecere perché voleva prenderne il posto ed iniziare una relazione sentimentale con il commercialista. Cecere fu allora accusata di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e dai futili motivi. Soracco e la madre Marisa Bacchioni, invece, di false dichiarazioni al pubblico ministero e favoreggiamento: per l’accusa avevano mentito nel corso degli interrogatori.

La prova

La prova che Cecere fosse nella stanza del commercialista era in un bottone trovato sotto al cadavere di Nada, simile a quelli che gli vennero sequestrati a casa quando subì la perquisizione nel 1996. Poi le testimonianze di due mendicanti che quel giorno erano presenti nella strada sottostante lo studio. Ed infine il carattere aggressivo ed il fatto che quando litigava era abituata a dire “ti spacco la testa”, proprio la modalità con cui era morta Nada. Scavando nella sua vita privata gli inquirenti scoprirono poi che era stata allontanata dal lavoro per aver preso per il collo un ragazzo.

I testimoni non l’avevano riconosciuta

Come se non bastasse, infine, che si era interessata alle prove genetiche nella vicenda della morte di Yara Gambirasio. La gip Angela Maria Nutini, all’inizio del mese, in poco più di 40 pagine ha fatto a pezzi due anni di indagini suppletive, prosciogliendo Cecere “per non avere commesso il fatto” e bollando le nuove prove non come indizi ma come semplici sospetti. Il primo è proprio il bottone trovato sotto il cadavere di Cella, simile ad altri che nel 1996 erano stati rinvenuti nella sua abitazione. Già all’epoca i carabinieri avevano scritto che erano differenti per il colore e per le dimensioni. E soprattutto erano bottoni molto diffusi all’epoca. I testimoni, poi, non erano stati in grado di riconoscere la donna, nonostante avessero riferito di averla vista più volte in zona. Testimonianze “inattendibili, frutto di suggestione o, dettate da pregiudizi nei confronti della donna”.

Le indagini depistate

In una telefonata intercettata la donna aveva poi dichiarato di provare “schifo” per il commercialista e che non si sarebbe mai sognata di avere una storia con lui, smontando in radice il teorema dell’innamoramento non corrisposto. In un’altra telefonata aveva affermato di non aver mai conosciuto Nada e che questa storia gli stava rovinando la vita. Emerge invece dagli atti con “solare evidenza”, si legge nelle motivazioni della sentenza del gip, “il tentativo di Soracco e della madre Bacchioni di depistare le indagini”. E pare probabile la presenza del commercialista al momento del delitto. Più che per gelosia, sembra plausibile l’ipotesi che l’omicidio sia avvenuto per coprire affari poco chiari all’interno dello studio e di cui forse Nada era venuta a conoscenza. Nulla di questo è stato però provato dall’indagine preliminare e, forse, non si saprà mai come andarono veramente i fatti. Ora la Procura potrebbe decidere di fare ricorso, davanti alla Corte d’appello. Speriamo ci pensi bene.

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Giornalista professionista, romano, scrive di giustizia e carcere