È “ingiusta” la sentenza che ha condannato i fratelli Marco e Gabriele Bianchi all’ergastolo per l’omicidio di Willy Monteiro Duarte. “Non ce l’aspettavamo. Sono stati condannati a furor di popolo”, è il commento della madre dei due condannati in primo grado dal tribunale di Frosinone secondo il virgolettato attribuito alla donna da Il Corriere della Sera. Non è la prima volta che la madre prende le difese dei figli.

“Se hanno sbagliato è giusto che paghino, ma sono sicura che non sono stati loro a uccidere, una madre certe cose le sa”. L’avvocato dei due, Massimiliano Pica, ha definito la sentenza mediatica. Come tra l’altro aveva osservato e previsto Marco Bianchi in una lunga lettera pubblicata da AdnKronos la settimana scorsa, a pochi giorni dal giudizio. “C’è poco da essere soddisfatti di fronte a una tragedia così grande. Sono profondamente deluso. Per me questa non è giustizia. Anzi, è un aborto giuridico – aveva detto il legale – infliggere due ergastoli di fronte a una ricostruzione fumosa e, a tratti, contraddittoria”.

Willy Monteiro Duarte, 21 anni, era stato ucciso, pestato a morte nella notte tra il 5 e il 6 settembre a Colleferro, in provincia di Roma. Gli altri due imputati, Mario Pincarelli e Francesco Belleggia, sono stati condannati rispettivamente a 21 e 23 anni di carcere. Il 21enne stava tornando all’automobile, per tornare con gli amici a Paliano, in provincia di Frosinone dove viveva, quando ha visto il suo ex compagno di classe, Federico Zurma, coinvolto in una rissa.

“Dopo il primo calcio ho provato a soccorrere Willy per portarlo via, ma appena ho provato ad afferrarlo mi è arrivato un calcio alla gola. Ho alzato anche le mani. Lui mentre era a terra veniva picchiato e ogni volta che provava a rialzarsi continuavano a picchiarlo con calci e pugni. Tutti e quattro picchiavano”, ha raccontato un amico di Willy al processo. Il 19enne è morto in ospedale.

Gabriele Bianchi resterà nel carcere di Rebibbia, Marco Bianchi sarà trasferito. Hanno 27 e 26 anni, esperti di MMA. “Io e Gabriele siamo ragazzi di cuore, sinceri – aveva scritto Marco nella sua lettera prima della sentenza – Tutte quelle cattiverie che hanno detto contro di noi non sono vere, sono state solo bugie su bugie per farci toccare il fondo. Siamo stati descritti sin dall’inizio, senza conoscere gli atti del processo, come mostri e assassini. Dai giornali e dai social è stata usata una nostra foto per dimostrare che eravamo due ragazzi che pensavano solo a fare la bella vita. Ho avuto la forza di guardarmi allo specchio, di essere fiero di quello che sono e di combattere per la mia innocenza”.

Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.