Non si può leggere il Novecento senza la classe operaia. Il “secolo breve” ha vissuto, anche, sulla contrapposizione tra la classe operaia e i “padroni”, e il segno di quella che si chiamava “lotta di classe” è impresso in tutto il secolo scorso: forse qualche cosa, perlomeno a livello di analisi, resta. L’operaismo, dunque. Gran corrente di pensiero, solo parzialmente precipitata nell’azione, seppure l’estremismo di estrema sinistra ne fosse in buona misura influenzato, spesso tradendolo. Che cosa fu, questo operaismo? Chi furono i personaggi che lo alimentarono, le forze intellettuali e storiche che lo sostennero? Da dove traeva linfa teorica? E come finì la vicenda?

Ecco un voluminoso, amplissimo ed esaustivo studio – 500 pagine – realizzato da Damiano Palano, professore di Filosofia politica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Il saggio ha un titolo accattivante, “Nietzsche a Mirafiori” (ed. Scholé), cogliendo un punto che sembra paradossale – un pensatore reazionario tra gli operai? – ma che, come vedremo, non lo è affatto. Il volume è ricchissimo di informazioni, ricostruzioni e naturalmente spiegazioni teoriche. Storicamente, l’operaismo italiano germoglia nel dopo-1956, cioè con la destalinizzazione e la crescita del neocapitalismo, preludio del boom, quindi con l’avvento della grande fabbrica – la Fiat soprattutto – e della figura dell’“operaio massa”. La classe operaia diventava qualcos’altro, munita di una soggettività nuova, nella fabbrica che si contrapponeva a tutta la società capitalistica. Iniziava una inedita fase di conflitto sociale. Nella quale tornava in primo piano la questione del potere. Nasce così un nuovo pensiero rivoluzionario soprattutto nel lavoro delle riviste, “Quaderni rossi” di Raniero Panzieri soprattutto. Ma il vero epicentro dell’operaismo è nel 1966 con il saggio di Mario Tronti,Operai e capitale” per Einaudi. Norberto Bobbio lo bocciò perché non vedeva la pars costruens – che poi è l’accusa più frequentemente rivolta ai marxisti: che succederà dopo la rivoluzione? E tuttavia l’opera trontiana si presentava come omogenea, genuinamente marxista nella sua attualizzazione, più luxemburghiana che leninista.

In questo quadro, Tronti rompeva con la lettura storicista del marxismo propria del Partito comunista – la linea Labriola-Croce-Gramsci – respingendo al tempo stesso le tesi della passivizzazione delle masse e individuando nel luogo fisico della fabbrica la trincea del conflitto sociale in quanto – spiega Palano«solo nella fabbrica la classe operaia poteva conquistare quella forza che era invece destinata a perdere nella società, nella sfera dello scambio e del consumo. Solo dentro il processo lavorativo la cooperazione rendeva possibile l’aggregazione dell’antagonismo operaio e l’utilizzo del salario come terreno di scontro». Ma non si trattava certo di una visione “sindacale” della lotta di classe. Il punto piuttosto era quello di «mettere in crisi la società borghese all’interno della produzione capitalistica». Tronti puntava a evidenziare la debolezza intrinseca del capitalismo che si nutre del valore prodotto dall’operaio che – per così dire – coincide con la soggettività operaia.

Di qui l’inevitabile urto di classe: per questo gli operai diventano classe, e assumono forza, nella fabbrica mentre fuori di essa l’operaio singolo è nulla. A Tronti interessava sviluppare il senso antagonistico della classe operaia, sino al punto di sfiorare una sorta di “nichilismo operaio”, secondo l’analisi di Palano: «Il “no” operaio, la resistenza opposta dall’operaio collettivo all’estrazione di plusvalore, la rude razza pagana che chiede più soldi e meno lavoro è infatti la forza capace di sottrarsi alla presa della “Zivilisation” capitalistica, al processo di massificazione, alla marcia trionfale dell’homo democraticus». Dirà lo stesso Tronti: «Noi non possiamo più dire o credere che ci sia un’idea lineare della storia, quindi che comunque sia dobbiamo andare avanti nello sviluppo poiché esso comporterà contraddizioni nuove. Credo che bisogna trattenere, non lasciar correre il fiume della storia. Bisogna rallentare l’accelerazione della modernità. Perché questo tempo più lento permette di ricomporre le nostre forze».

Dentro questa visione anti-illuminista spunta il grumo che Palano rintraccia in Nietzsche, il suo pensiero negativo che affascinò molto il giovane Tronti come altri esponenti dell’operaismo, in primis Massimo Cacciari. Torniamo qui all’anti-storicismo, all’opposizione all’idea della classe operaia come classe generale in un quadro lineare della storia. Una lettura, quella di Tronti e Cacciari (un po’ diverso fu il caso di Alberto Asor Rosa che lavorava su un altro fronte, quello della letteratura, con “Scrittori e popolo“), che contraddiceva dunque persino la stessa tradizione marxista imperniata su una visione progressiva della storia. Questo corpus trontiano, incrociato con le esperienze della ricerca operaista sulla fabbrica e la classe (le riviste, i lavori di Vittorio Rieser e altri) e delle lotte concrete nelle fabbriche poi esplose con l’autunno caldo del 1969, creò le basi per una successiva tappa teorica che ne radicalizzava le analisi. Ecco Potere Operaio e la riflessione di Toni Negri e le varie organizzazioni politiche, che peraltro non tardarono a litigare tra loro.

L’operaismo, sia pure nella versione estremistica di Negri, continuò fino al fatidico 1977 ad avere un suo peso nella sinistra extraparlamentare. Poi, bruscamente, quel fiume si seccò. Si apriva un’altra fase nella quale gli strascichi del pensiero operaista si vennero a mischiare con gli aspetti giudiziari legati al terrorismo e alle frange che lo appoggiarono. Ed è inutile ricordare quanto, dopo gli Ottanta, il capitalismo e la classe operaia fossero cambiati. Questa raccontata magistralmente da Damiano Palano è dunque una storia lontana, che pare proprio non parlare più a questo mondo di oggi. Era il Novecento, tanto tempo fa.