Il clamoroso messaggio di papa Francesco, venerdì scorso, ai penalisti riuniti in Vaticano, è stato accolto da un altrettanto clamoroso e scandaloso silenzio da parte di quasi tutta stampa italiana. Il no al carcere, la critica all’ergastolo per aprire una finestra-speranza per chi è detenuto, la condanna della carcerazione preventiva, non sono state ritenute degne della prima pagina, ma solo di un articolo all’interno, per lo più nascosto, in maniera tale che quasi nessuno se ne potesse accorgere.  Eppure in quelle parole il Papa attacca la parte più potente della magistratura italiana che in questi giorni sta raccogliendo le firme a favore dell’ergastolo. È o non è una notizia che il Papa prenda di mira il potere giudiziario? Lo è, eccome, è una grande notizia che avrebbe meritato i titoli cubitali. Non per il nostro sistema di informazione che, viene da pensare, forse ha proprio paura di pestare i piedi a quei magistrati che sono così potenti e che spesso passano le informazioni riservate e sottoposte a segreto ai giornalisti… ad alcuni giornalisti, a dire il vero, non a tutti. Ma questa lettura è probabilmente troppo cattiva e non coglie il vero motivo. Molto più probabilmente, l’informazione italiana ha taciuto sulla notizia dell’attacco del Papa alla magistratura perché condivide l’ideologia che i pm rappresentano e che papa Francesco ha così bene definito “idealismo penale”.  Che cosa è l’idealismo penale? Per Francesco è la convinzione (negativa, negativissima) che tutto, ma proprio tutto, anche la lotta politica, si possa risolvere attraverso le manette, la gogna, la caccia a un colpevole qualsiasi. È quella ideologia che in Italia ha fatto sì che venisse disprezzato l’articolo 27 della Costituzione e che le pene, invece di avere un fine rieducativo, diventassero vendetta, gogna, linciaggio: un fine pena mai anticipato e sempre prolungato dal circo mediatico giudiziario.

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Forse per questo la notizia è finita in fondo, dentro, nascosta. Perché il processo mediatico di cui oggi siamo vittime, nasce grazie a quel cortocircuito che si è creato tra giornali, tv e una parte della magistratura. Non si è sottovalutata la notizia, la si è capita molto bene e si è voluto far finta di nulla. Accade spesso che in prima pagina si trovino notizie che avrebbero poco rilievo e che altre, molto più importanti, finiscano in un trafiletto. Se una persona riceve un avviso di garanzia, l’articolo lo si legge in prima pagina, a volte anche prima che lo sappia il diretto interessato. Non si tiene conto della presunzione di innocenza, ma scatta la presunzione di colpevolezza e chi è indagato finisce sotto l’occhio del ciclone. Se la stessa persona viene assolta, la notizia la si mette dentro, ancora più nascosta delle parole di Francesco. Eppure è la prima volta che un grande intellettuale, che però è anche la guida di una delle tre religioni monoteiste, mette insieme la critica alle diseguglianze con la critica al giustizialismo. Francesco ultimamente non viene ascoltato su tante questioni, ad esempio sui migranti, sui poveri che non hanno colore né nazione. Ma questa volta il silenzio sulle sue parole è ancora più forte, più sconvolgente. Il giustizialismo, ha spiegato il pontefice, è la linfa del linguaggio dell’odio, è quel meccanismo che trasforma i fenomeni politici e le relazioni sociali in barbarie. Francesco ha iniziato la sua crociata contro questa cultura e lo ha fatto in maniera molto netta, con una forza rara e con un ragionamento ineccepibile.  Il circo mediatico se ne è fregato per paura, subalternità, connivenza, per andare avanti per la propria strada. Ma quelle parole restano e non possiamo non farci i conti. Inutile gridare al lupo contro il linguaggio dell’odio se non si tenta di rendere pane quotidiano il discorso di Bergoglio. L’idealismo penale nutre il rancore, impoverisce l’idea della politica, fa sì che l’informazione arranchi e sia al servizio di un potere. Un tema enorme, un tema epocale. Ma per la maggior parte dei mezzi di informazione, era meglio far finta di nulla.