«Le università sono decisive per individuare grandi obiettivi e definire i mezzi per raggiungerli. Affinché possano svolgere questo compito, però, gli atenei del Sud hanno bisogno di finanziamenti aggiuntivi che riequilibrino il rapporto con le realtà formative del Nord»: è il monito di Ortensio Zecchino, ministro dell’università dal 1998 al 2001 e oggi presidente del consorzio di ricerca Biogem.

I dati Almalaurea rivelano che troppi diplomati al Sud emigrano verso il Nord per laurearsi. Come se lo spiega?
«Da una parte c’è la convinzione che, in certi territori economicamente più sviluppati, sia più facile trovare lavoro dopo la laurea. Dall’altra, tra i giovani, c’è la tendenza a preferire le università lontane per fare esperienza. Il problema vero è un altro».

Quale?
«Lo squilibrio del sistema universitario. Quello di Napoli è stato l’unico ateneo al Sud fino al 1924, quando è nato quello di Bari. Nel frattempo, al Nord, le università proliferavano e venivano finanziate dallo Stato. Il che significa che il Sud è creditore, nei confronti dello Stato, di quei fondi che per decenni sono stati elargiti alle sole università del Nord. E i successivi tagli ai fondi destinati alla ricerca e all’università hanno aggravato la condizione degli atenei del Mezzogiorno».

E la politica che ha fatto?
«Da ministro introdussi un nuovo criterio di riparto dei fondi destinati alle università. Dal totale dei finanziamenti si estraeva una quota destinata a riequilibrare il rapporto tra atenei del Nord e del Sud. In concreto, a quelli del Mezzogiorno venivano destinate somme aggiuntive in considerazione del pil più basso, del minor numero di docenti e della necessità di sostenere le università appena nate. La cifra rimanente veniva poi ripartita tra tutti gli atenei nazionali. Queste innovazioni resistettero per tre esercizi di bilancio, poi furono cancellate. Col risultato che, soprattutto nelle aree depresse del Paese, le università sono state azzoppate anziché essere trasformate in volano di sviluppo».

Oggi basta la sua politica meridionalista per eliminare gli squilibri del sistema universitario nazionale?
«Fondi aggiuntivi per le università del Sud sono indispensabili al pari di una stretta sinergia tra mondo accademico e imprenditoriale. Biogem organizza corsi di formazione post-laurea che vengono affidati dalle imprese che indicano le figure professionali di cui hanno bisogno. Al termine, il 97% dei partecipanti trova lavoro. Il che dimostra quanto sia indispensabile strutturare la formazione sulla base delle esigenze del tessuto sociale e produttivo».

Non sarebbe il caso di istituzionalizzare questo confronto tra mondo accademico e imprenditoriale?
«Nella riforma universitaria che firmai questa sinergia era prevista, anzi obbligatoria. Era stabilito che gli atenei si confrontassero con le parti sociali. Molte università, però, non l’hanno fatto né parte del mondo imprenditoriale ha colto l’importanza di questo confronto. Chiesi a Montezemolo perché non pretendesse di essere consultato dalle università: non colsi un particolare interesse dell’allora presidente di Confindustria per questo tema».

L’emergenza-Covid impone un ripensamento dei modelli sociali, quindi anche una riprogettazione di Napoli e della Campania. Le università sembrano ai margini di questo progetto. Quale potrebbe essere il loro contributo?
«Anziché riequilibrare il rapporto tra università del Nord e del Sud, il definanziamento del sistema accademico ha marginalizzato gli atenei. Eppure dovrebbero essere loro a individuare i grandi obiettivi strategici, i mezzi per centrarli, le novità da intercettare. Oltre che a formare la classe dirigente del Paese. Va in questa direzione il centro Apple di Napoli. Stesso discorso per il progetto di una scuola a ordinamento speciale chiamata a formare l’élite dell’élite del Sud: per la Campania sarebbe una svolta».

Un suggerimento al ministro Manfredi?
«Non ne ha bisogno. Sa benissimo che alle università italiane servono il riequilibrio del rapporto Nord-Sud e margini più ampi per reclutare i docenti».