Fa molto bene l’onorevole Enrico Costa a chiedere con ripetute interrogazioni parlamentari accesso ai dati statistici sulla amministrazione della giustizia; ma non li avrà. Non tutti, almeno, non quelli che ha chiesto. I penalisti italiani sono da sempre persuasi della centralità di questo tema. Impossibile discutere in modo serio e non ideologico di amministrazione della giustizia, di durata dei processi, di uso o abuso della custodia cautelare, di efficacia delle indagini, senza accesso alle statistiche dei vari uffici giudiziari. Perché dovete sapere che questo accesso è tutt’ora precluso a noi cittadini e allo stesso Parlamento.

Conosciamo solo i dati che i detentori degli stessi -cioè Procure, Tribunali, Corti– decidono di rendere noti. Cosa che di norma avviene nel corso delle famose cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario. Vi dico di più: nemmeno il Dipartimento Statistiche del Ministero li possiede tutti, almeno fino a quando i sistemi di archiviazione non saranno unificati e centralizzati. In altri termini, fino a quando il Ministero non sarà nella condizione tecnica e strutturale di acquisire i dati in via autonoma, senza doverli chiedere alle singole Procure o Corti di Appello. Che li forniscono, quando richiesti, se, quando e nella misura in cui riterranno di volerlo fare. Perciò fino a quando si tratta di dati molto generali (quante assoluzioni, quante condanne, quante prescrizioni), nulla quaestio. Ma provate a chiedere dati più specifici, più articolati, più diretti, e vi troverete a sbattere contro un muro invalicabile. Ovviamente non parliamo di dati sensibili, cioè di informazioni sui procedimenti: ci mancherebbe altro. Quella è la favoletta con la quale si giustifica l’omertà. Parliamo sempre e solo di statistiche. Faccio qualche esempio.

Quante richieste di misure cautelari, personali o reali, vengono ogni anno formulate dai P.M. ai GIP, e soprattutto, in quale percentuale vengono accolte o respinte? Quante sono le richieste di intercettazioni telefoniche o ambientali avanzate dalle Procure, e in quale misura vengono accolte o respinte? Quale obiezione può seriamente opporsi a una simile, banale richiesta? Nessuna ovviamente. Puro dato statistico. Ma non c’è verso di saperlo. Eppure, basterebbero un paio di clic. Se ottenessimo risposte a richieste così banali e legittime, potremmo tutti discutere in modo più serio di terzietà del giudice (delle indagini preliminari, in questo caso); in termini generali, cioè su base nazionale, e per singolo distretto giudiziario. In tale ultimo caso creandosi la possibilità di valutare eventuali anomali discostamenti dalla media nazionale. Non parliamo poi di dati volti a ricostruire produttività e qualità professionale dei singoli giudici. Quante sentenze di quel singolo giudice sono state riformate nei gradi successivi, e con quale percentuale di scostamento dalla media nazionale? Sarebbero dati preziosi, indispensabili al momento della valutazione quadriennale di avanzamento delle singole carriere.

Qui non invocheremmo, sia ben chiaro, giudizi popolari o mediatici. Dati così importanti sarebbero riservati alla valutazione degli organi preposti al giudizio di professionalità. Sarebbe senza alcun dubbio agevole costituire fascicoli informatici che raccolgano le statistiche di ciascun magistrato, in modo da rendere pertinenti ed effettivi i giudizi di professionalità. Ma non c’è verso. Si è consolidata una idea proprietaria delle statistiche giudiziarie, che invece dovrebbero essere messe a disposizione della collettività. Siamo tutti in fervida attesa della prudente ostensione di queste informazioni, selezionate e comunicate con solenne e condiscendente arbitrio in occasioni delle cerimonie annuali. Nemmeno veniamo informati dei criteri con i quali i dati vengono raccolti e selezionati. Non è affar nostro.
Dodici anni fa l’Unione delle Camere Penali, d’intesa con l’Istituto Eurispes, decise di analizzare statisticamente ciò che avveniva nelle udienze di primo grado, per comprendere con oggettività le vere cause della lentezza dei processi. Bastò questo per sovvertire e definitivamente affossare la vulgata ufficiale delle troppe garanzie difensive, che si diceva causassero quei ritardi.

I processi durano troppo perché i sistemi di notifica degli atti sono catastrofici; perché non si riesce a citare i testimoni; perché la Polizia giudiziaria molto spesso non risponde alla citazione per impegni dei suoi agenti; perché i fascicoli impiegano mesi o anni per migrare da un ufficio all’altro; e così via discorrendo. Altro che eccesso di garanzie! Ora abbiamo ripetuto quella ricerca, e stiamo per pubblicarla. Ma i dati sulle indagini, sull’effettivo vaglio critico degli uffici GIP rispetto alle richieste dei P.M., sugli esiti delle indagini, quelli non possiamo conoscerli. Provate a chiedervi perché, e datevi una risposta. Sensata, per cortesia.

Presidente Unione CamerePenali Italiane