La pandemia da Covid ha avuto un impatto devastante sulla società, ma ha generato anche dei contraccolpi che i sarebbero potuti definire «positivi» se fossero stati davvero finalizzati non solo a contenere la diffusione del virus all’interno degli istituti di pena per fronteggiare l’emergenza sanitaria ma a limitare e contenere le carcerazioni «inutili», quelle preventive, le misure cautelari a carico di persone sospettate di un reato, presunte innocenti secondo la Costituzione e la legge, in attesa di giudizio secondo i formalismi della burocrazia giudiziaria. Se si leggono i dati diffusi dal ministero della Giustizia e relativi ai detenuti in attesa di giudizio aggiornati al 31 ottobre 2021, ci si rende conto che i numeri sono impietosi e che la Campania indossa la maglia nera.

Sono 1.288 i reclusi in attesa di primo giudizio nelle strutture di pena su una popolazione totale di 6.668 persone. Al secondo e terzo gradino del podio, dietro la nostra regione, ci sono la Sicilia, con 1.182 e la Lombardia con 1.084. Vuol dire che ci sono 1.288 vite sospese, presunti innocenti, persone che restano in cella senza che un giudice abbia pronunciato una sentenza di condanna. Possibile che siano tutti pericolosissimi criminali? Il garante regionale dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello, ha da tempo lanciato l’allarme sulle carcerazioni preventive che, se si considera che circa il 40% delle indagini si risolve in archiviazioni o assoluzioni, rischiano di rivelarsi una sorta di condanna preventiva, inaccettabile per uno Stato di diritto. La Campania è prima anche per numero di imputati che hanno chiesto un giudizio d’Appello, 588, e che intanto continuano a rimanere in cella. I condannati in primo grado, quindi non definitivi sono 1.220, mentre i definitivi sono 4.097. Non solo.

In Campania c’è anche il maggior numero di detenuti in strutture alternative, come case lavoro, colonie agricole o altro. Complessivamente 54, a fronte dei 286 presenti sull’intero territorio nazionale. Numeri impietosi, dicevamo, che erano già emersi nel bilancio semestrale dello stato di salute delle carceri stilato dall’associazione Antigone. Secondo i dati, al 30 giugno, il 15,5% dei detenuti in Italia era recluso in attesa di primo giudizio, il 14,5% era condannato ma non ancora definitivo e il 69,4% stava scontando invece una condanna definitiva. Rispetto ai condannati non definitivi, il 48,4% risultava ancora in attesa del verdetto d’Appello, mentre il 39,2% aspettava la pronuncia della Corte di Cassazione. Poi ci sono i detenuti che vengono chiamati misti, ovvero quelli che hanno più procedimenti a carico, ma tutti aperti, cioè senza condanne definitive. In tutto Il 12,4%. Negli ultimi due anni le cose sono andate gradatamente peggio. I reclusi in via definitiva, al 31 dicembre 2019, costituivano il 68,3% del totale, mentre a giugno 2020 erano scesi al 66,9%. Sei mesi dopo il bilancio è tornato a salire fino al 67,8%, poi c’è stato il picco del 69,4% di giugno. Senza parlare del cosiddetto affollamento reale che, nei primi sei mesi dell’anno, si è attestato al 113,1%.

Secondo Antigone il 36% dei reclusi deve scontare meno di tre anni, mentre uno su sei è in attesa del primo giudizio. Il sovraffollamento è il comune denominatore dei penitenziari italiani. Sono 54 le carceri che hanno un affollamento fra il 100% e il 120%, 52 tra il 120% e il 150% e infine 11 istituti hanno un affollamento superiore al 150%. Con dati aggiornati a fine giugno, risultavano essere 7.147 le persone detenute in Italia a cui era stata inflitta una pena inferiore ai 3 anni (per 1.238 inferiore all’anno, per 2.180 compresa tra 1 e 2 anni e per 3.729 tra i 2 e i 3 anni). Oltre 8.200 reclusi hanno una pena inflitta compresa tra i 3 e i 5 anni, 11.008 tra i 5 e i 10 anni, 6.546 tra i 10 e i 20 anni e a 2.470 superiore ai 20 anni. E gli ergastolani? Sono oltre 1.800. Per quanto riguarda invece il residuo pena, al 30 giugno a 2.238 detenuti restavano da scontare più di 20 anni; a 2.427 tra 10 e 20 anni, a 5.986 tra 10 e 5 anni, a 7.281 tra 5 e 3 anni mentre a 19.271 reclusi, il 36% del totale, meno di 3 anni.

Questi ultimi, se si eccettuano i condannati per reati ostativi, avrebbero potenzialmente accesso alle misure alternative. «Se solo la metà vi accedesse il problema del sovraffollamento penitenziario sarebbe risolto», sottolinea Antigone. La chiave sembra essere sempre quella. Puntare sulle misure alternative per cercare di risolvere il problema delle carceri che scoppiano. Ma la coperta appare sempre corta e in cella ci resta anche chi, di fatto, non ha condanne.

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).