Il professor Ciro Sbailò, preside di Scienze Politiche presso l’Università Internazionale di Roma guida uno dei laboratori culturali più originali sulla sicurezza e la difesa europea.

Professore, per anni l’Italia ha delegato la propria sicurezza agli Stati Uniti. Oggi quel modello è finito?
«Per decenni siamo vissuti dentro un sistema protetto dalla Nato. Quel quadro geopolitico si è dissolto. Oggi l’Europa è esposta. E deve imparare di nuovo a difendersi, materialmente e culturalmente».

Lei usa una metafora molto efficace: quella della lince europea cresciuta in cattività e rimessa in libertà.
«Sì. Mi colpì la storia di una lince chiamata Luna, nata in cattività e reintrodotta nei boschi del Nordest dai Carabinieri forestali. All’inizio era fragile, spaesata. Poi ha riscoperto la propria natura ed è diventata forte. L’Europa oggi è così: un animale cresciuto in cattività strategica, abituato a sentirsi protetto. Ora deve riadattarsi a un ambiente ostile e recuperare istinto, forza, capacità di difesa».

Quindi il riarmo non basta?
«No. Servono strumenti militari adeguati, certo. Ma serve soprattutto una cultura della difesa. Non basta comprare carri armati o finanziare programmi industriali comuni. Occorre formare persone capaci di pensare strategicamente. Difendere la libertà richiede coscienza, competenza, visione».

Vede una minaccia precisa per l’Europa?
«Esiste un progetto di de-occidentalizzazione dell’Europa. La Russia lo interpreta apertamente. La Cina lo accompagna con una strategia diversa ma convergente. Sono due onde geopolitiche “in fase”, direbbe un fisico: si rafforzano a vicenda. E l’Italia, per posizione geografica e apertura mediterranea, è al centro di questa pressione».

Eppure molti continuano a leggere il mondo con categorie vecchie.
«È il grande errore. Le guerre contemporanee non funzionano più secondo gli schemi lineari del Novecento. Pensiamo a Hormuz: ci aspettavamo il collasso dei mercati e non è accaduto. Oppure alla gestione simultanea delle crisi da parte di Trump. I modelli meccanicistici non bastano più».

In Unint usate nuovi strumenti di analisi?
«Esattamente. Stiamo lavorando con matematici e fisici su modelli ispirati alla teoria quantistica applicata alla geopolitica. Non per prevedere il futuro in modo magico, ma per comprendere sistemi complessi. Più dati possono migliorare la capacità predittiva».

Gli studenti rispondono?
«Con entusiasmo sorprendente. Abbiamo un fortissimo interesse verso gli studi sulla sicurezza europea. E oltre il 70% dei nostri studenti sono ragazze, spesso fuori sede. Hanno fame di capire il mondo».

Che cosa cercano?
«Strumenti per leggere la complessità senza cedere né all’apocalisse né alla nostalgia del passato. Quando comprendono che persino l’imprevedibilità può essere interpretata attraverso nuovi modelli analitici, si accende qualcosa».

Quindi la democrazia occidentale non è destinata al tramonto?
«No, se saprà evolversi. Ai ragazzi insegniamo una fiducia critica nell’Occidente. Non cieca. Critica e dialettica. Anche i grandi sistemi autoritari mostrano fragilità profonde: hanno enormi difficoltà a governare il divario tra sviluppo tecnologico e sviluppo politico-giuridico. La democrazia resta il sistema più capace di adattarsi alla complessità».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.