C’è una linea sottile, ma fondamentale, che separa il pluralismo dalla legittimazione. È una linea che una grande catena libraria dovrebbe conoscere bene, perché è proprio lì che si misura la responsabilità culturale di chi non si limita a vendere libri, ma decide anche cosa mettere in vetrina. Nei giorni scorsi, nella libreria Feltrinelli della Stazione Centrale di Milano, è stato esposto in bella evidenza tra le novità un volume dal titolo provocatorio: Sionismo e nazismo, due facce della stessa medaglia, di Francesco Lazzeri. Un libro che, già dal titolo, propone un’equiparazione che la gran parte della storiografia considera una forzatura ideologica, quando non una vera e propria falsificazione storica.

È noto che l’autore richiami alcuni fatti realmente accaduti, come l’accordo Haavara del 1933, che consentì a una parte degli ebrei tedeschi di lasciare la Germania nazista trasferendo beni e persone in Palestina prima dell’avvio della Shoah. Ma è altrettanto noto che quel contesto storico viene utilizzato, in questo tipo di narrazione, per sostenere una tesi ben più radicale: l’equivalenza morale tra il sionismo e il nazismo. Una tesi che molti studiosi respingono con decisione, perché cancella le differenze abissali tra un movimento di autodeterminazione nazionale e un’ideologia fondata sullo sterminio. Fin qui, si potrebbe parlare di libertà editoriale. Un autore ha il diritto di scrivere ciò che ritiene, un editore di pubblicarlo. Ma il punto non è questo. Il punto è la scelta di promuovere quel libro, di esporlo in evidenza, di inserirlo nel flusso delle “novità consigliate”. Perché una vetrina non è neutra: è un atto editoriale, è una selezione, è un messaggio. Ed è qui che la vicenda assume un’altra dimensione.

Un cliente, P. M. un cittadino ebreo residente a Venezia, si è rivolto con toni civili al personale della libreria chiedendo semplicemente che quel volume non fosse messo in primo piano. Non una richiesta di censura ovviamente, ma una domanda di opportunità. La risposta, secondo quanto da lui stesso raccontato in una lettera, sarebbe stata sgarbata al limite dell’offesa, fino all’invito ad allontanarsi. A questo episodio si è aggiunta la presa di posizione di Dalia Gubbay, vicepresidente della Comunità Ebraica di Milano, che ha parlato esplicitamente di “legittimazione” e non di semplice pubblicazione. Ed è una distinzione che merita attenzione. Perché un conto è permettere la circolazione delle idee, un altro è attribuire loro una visibilità che le normalizza. Soprattutto in un momento storico in cui gli episodi di antisemitismo, in Italia e non solo, sono in aumento.

In questo contesto, l’accostamento tra sionismo e nazismo non è una provocazione neutra, ma un elemento che rischia di alimentare una narrazione pericolosa, quella che tende a ribaltare i ruoli storici, trasformando le vittime in carnefici. Naturalmente, Feltrinelli ha pieno diritto di scegliere cosa vendere e come esporlo. Ma il diritto non esaurisce il problema. Esiste anche una responsabilità culturale, che non può essere liquidata con il richiamo astratto al pluralismo. Perché il pluralismo, quando diventa indifferenza rispetto al contenuto, rischia di trasformarsi in un alibi per difendere l’indifendibile. E allora la domanda non è se quel libro potesse essere pubblicato, ci mancherebbe. La domanda è un’altra, più semplice e più scomoda: è davvero opportuno promuoverlo, metterlo in vetrina, trattarlo come una normale novità editoriale? In altre parole: tutto ciò che può essere venduto, deve anche essere valorizzato? È su questa domanda che si misura, oggi, la credibilità culturale di chi quei libri li espone.