«Come potrà il Pd non votare il ddl Costa sulla riforma della prescrizione?», continuano a ripetere in queste ore alla Camera i parlamentari di Forza Italia, sperando nel “colpaccio”. La conferenza dei capigruppo deve decidere infatti quando votare il testo preparato dall’ex vice ministro della Giustizia del governo Renzi. Prima data utile a Montecitorio, il prossimo 11 dicembre.
Il nodo della questione, dunque, è tutto qui. Nella scelta politica dei dem su una riforma che, a detta di tutti, avvocati, giuristi, magistrati, paralizzerà definitivamente i Tribunali italiani, creando un esercito di imputati a vita. Il ddl Costa cancella l’abolizione della prescrizione voluta del grillino Bonafede e inserita lo scorso anno nella “Spazzacorrotti”, ripristinando la riforma dell’allora Guardasigilli Andrea Orlando, attuale vice segretario del Partito democratico.

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Il voto contrario dei dem significherebbe rinnegare il lavoro fatto da Orlando a via Arenula sui tempi del processo. «Ma perché? Che senso ha? Nella scorsa legislatura abbiamo previsto una sospensione di tre anni, dopo le sentenze di primo grado e di appello: date tempo alla nostra riforma di mostrare la propria efficacia, anziché rimettere mano alla prescrizione in modo disorganico», disse appena un anno fa Orlando, allora all’opposizione del governo gialloverde, all’indomani dell’approvazione dello “Spazzacorrotti”. Salvo modifiche, dal prossimo primo gennaio viene definitivamente eliminata la prescrizione del reato dopo la sentenza di primo grado. Sia di condanna che di assoluzione. La norma non è entrata in vigore subito in quanto la Lega chiese un anno di tempo per riformare il processo penale. La riforma “epocale” di Bonafede, però, a pochi giorni dalla fine del 2019 non si è mai vista, ed è rimasto in piedi solo il blocco della prescrizione
Sul punto Bonafede ha l’appoggio dell’avvocato del popolo, il premier Giuseppe Conte: “La norma sulla prescrizione è giusto che ci sia, è il segnale che in Italia le verifiche giudiziarie si completano con assoluzione o condanna, altrimenti sfoceremmo nella denegata giustizia”.

Lo studio preliminare effettuato da Orlando, la sua riforma della prescrizione entrò in vigore il 3 agosto del 2017, stabilì che più del 60 per cento delle prescrizioni sono dichiarate quando il processo neppure è iniziato, cioè durante la fase delle indagini preliminari dove il pm è il re assoluto del fascicolo.Le prescrizioni dichiarate durante il giudizio di primo grado, poi, rappresentavano il 40 per cento dei processi in alcuni Tribunali, in altri invece erano prossime a quota zero. Oltre la metà delle prescrizioni dichiarate in appello, infine, si concentrava in 3 o 4 sedi di distretto. «Che quella soluzione fosse congrua per la lotta al malaffare l’hanno certificato sia l’Ocse che il Consiglio d’Europa che avevano segnalato il problema», puntualizzò Orlando, giustificando la sua riforma che allungava di molto i tempi di prescrizione (20 anni, ad esempio, per il reato di corruzione), finita nel cestino dopo appena due anni. Che il primo nodo fosse l’organizzazione del lavoro dei magistrati era chiaro. Ma il tema non è stato neppure sfiorato da Bonafede che, evidentemente, non ha intenzione di mettersi contro il Csm e l’Anm.