Ci sono giorni in cui il sindaco guarda il termometro con la stessa preoccupazione con cui, poche ore prima, aveva osservato il radar della pioggia. Stavolta, però, il temporale non lo teme. Lo invoca, un po’ come si faceva con le processioni durante i periodi di siccità. Un’onda di calore è una di quelle espressioni che sembrano inventate da qualche climatologo con molta fantasia e poca voglia di uscire di casa. Poi accendi il telegiornale e scopri che è la terza del 2026. I bollini rossi aumentano: prima due città, poi quattro, poi sette, infine quindici. Un forno, ma senza manopole per abbassare la temperatura.

Anche stavolta il sindaco viene allertato. La Pec arriva puntuale, con il consueto corredo di raccomandazioni: prestare particolare attenzione agli anziani, ai bambini e alle persone fragili; sensibilizzare la cittadinanza; monitorare le situazioni più critiche. Tutto giusto. Tutto condivisibile. Poi, però, chiuso il documento, si fa una domanda semplice: che cosa può fare, concretamente, un sindaco contro il caldo? Può abbassare il sole? Può convincere l’anticiclone africano a spostarsi altrove? Può chiedere a una nuvola di fermarsi proprio sopra il suo Comune Naturalmente no.

In Italia i problemi fanno quasi sempre lo stesso percorso: nascono lontano e finiscono sulla scrivania del sindaco. Contro il caldo, del resto, il sindaco dispone dello stesso potere di qualunque altro cittadino: sperare che arrivi uno scroscio di pioggia a mitigare le temperature. Davanti al termometro, il sindaco perde sui superpoteri e torna semplicemente umano. Nel frattempo, però, la Pec è a protocollo. Il Comune rilancia gli avvisi del Ministero della Salute e della Regione, ricorda le regole del buon senso – bere molto, evitare di uscire nelle ore più calde, prestare attenzione alle persone sole – e prova, come sempre, a trasformare una raccomandazione in un gesto concreto.

Poi, quando meno se lo aspetta, qualche compaesano propone di aprire locali climatizzati. Ottima idea. Sempre che esistano. Perché nei piccoli Comuni italiani succede una cosa curiosa: quel municipio che secondo qualcuno dovrebbe diventare il rifugio dal caldo è lo stesso nel quale è proprio il sindaco ad avere bisogno di refrigerio. Così come in tanti altri che ho visitato, nel mio ufficio l’aria condizionata non c’è; in quello della giunta nemmeno e non ce l’ha neppure il segretario comunale. Fuori ci sono trentatré gradi. Dentro, a occhio, non molti meno, anche perché le finestre restano aperte nel tentativo di creare un po’ di corrente. Così la giacca rimane nell’armadio fino a settembre, la polo diventa una divisa istituzionale e il tragitto più frequentato della mattina è quello verso il boccione dell’acqua condiviso con i dipendenti. Qualche bicchiere in più aiuta a superare la mattina. Se poi il caldo dovesse continuare, il ventilatore toccherà portarselo da casa.

La verità è che ci sono problemi che il sindaco può affrontare. E poi ci sono situazioni nelle quali il suo compito non è risolvere, ma esserci. Chiedere ai servizi sociali di prestare un’attenzione in più alle persone fragili. Ricordare che una telefonata a un vicino anziano, qualche volta, vale più di una circolare. Fare in modo che nessuno si senta lasciato solo. Le Pec continueranno ad arrivare. I bollini diventeranno sempre più rossi. Il sole continuerà a fare il suo mestiere. Il sindaco pure. Con una piccola, ma sostanziale, differenza: il sole, quando tramonta, stacca. Il sindaco no.