Giustizia e informazione
Querele temerarie, Calderone (FI): “Se i tribunali applicassero bene le leggi… L’anti Slapp non è risolutiva”
Tommaso Calderone, deputato di Forza Italia (e prima del Parlamento, avvocato Cassazionista) invita a riportare il dibattito sulle querele intimidatorie entro un perimetro di equilibrio e responsabilità. «Io le chiamerei querele temerarie e basta», chiarisce, sottolineando che l’ordinamento già dispone degli strumenti necessari per sanzionarle, sia in sede civile sia penale. Il punto, secondo il deputato, non è l’assenza di norme ma i criteri della loro applicazione.
«Chi querela un giornalista sapendo di farlo ingiustamente dovrebbe sapere che verrà sanzionato», afferma, pur riconoscendo che esistono anche querele legittime: «Non tutte sono temerarie, bisogna sempre avere come punto di riferimento l’equilibrio». La difesa della reputazione resta, dunque, un diritto fondamentale, che non può essere sacrificato nel nome della libertà di stampa.
Il nodo, però, emerge nella prassi. Calderone non ha dubbi: «Il problema non è che mancano le leggi. Il problema è che tante volte le applicano male». Una distorsione che, a suo giudizio, si accentua quando entrano in gioco magistrati che si sentono colpiti: «Quando è un magistrato a sentirsi offeso e si arriva a giudizio tra colleghi, qui si tocca un tema di sensibilità democratica».
Da qui la critica al sistema nel suo complesso, incapace di garantire piena terzietà: «Se stanno fianco a fianco giudice e pubblico ministero, non avremo mai un giudice davvero terzo». Una condizione che rischia di riflettersi proprio sui procedimenti che coinvolgono i giornalisti. Anche la direttiva europea anti-SLAPP, pur rilevante, non viene considerata risolutiva: «Va bene recepirla e aggiornare la normativa italiana, ma no illudiamoci: non è la panacea. Le norme già esistono, il problema è come vengono applicate». In definitiva, Calderone individua una criticità strutturale: una giustizia che, pur formalmente dotata di strumenti adeguati, rischia nella pratica di penalizzare chi informa. Un cortocircuito che alimenta sfiducia e lascia aperta la questione centrale: la credibilità stessa dell’equilibrio tra diritto di cronaca e tutela della reputazione.
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