Negli anni Settanta, e anche negli anni Ottanta, in alcuni cortei dell’estrema sinistra si gridavan questo slogan: “Tutti i fascisti come Ramelli, con una riga rossa tra i capelli”.  Sergio Ramelli, anni diciannove, liceale, era un ragazzo, del Msi, cioè di estrema destra, che fu ucciso nella primavera del 1975 a sprangate in testa, mentre tornava a casa. Fu ucciso dal servizio d’ordine di un gruppo extraparlamentare milanese, Avanguardia Operaia. Che gli tese un agguato vigliacchissimo.

Giorni fa Walter Veltroni ha scritto un articolo sul Corriere della Sera nel quale ha ricordato la vicenda dell’omicidio Ramelli e ha cercato di ricostruire il clima e la follia nei quali vivevamo in quegli anni, nei quali la lotta politica aveva confini inumani. Veltroni – che all’epoca era un giovane militante della federazione giovanile comunista – ha scritto per spiegare che i morti furono molti, e i morti fascisti non erano diversi dai morti di sinistra, e gli uni e gli altri erano vittime di una cultura di odio che aveva raggiunto punti altissimi di barbarie, e che non riguardava poche decine di persone ma un settore largo della nostra generazione.

L’articolo di Veltroni è stato durissimamente contestato da uno scrittore abbastanza conosciuto, come Christian Raimo, che scrive libri e articoli su diversi giornali di sinistra. Raimo sostiene che equiparare i morti fascisti ai morti comunisti è una operazione disgustosa. E che Ramelli, suo malgrado, è un simbolo del fascismo di quegli anni. Quindi – dice Raimo – ricordarlo come una vittima, un martire, un ragazzino che ha subito soprusi atroci, fino alla morte – e soprusi osceni ha subito, per anni, la sua famiglia – è prova del tradimento di Veltroni. L’articolo di Veltroni era un articolo molto molto bello. Su Raimo a me vengono due osservazioni. La prima è che l’unica giustificazione che trovo, alle sue affermazioni su Ramelli, è la sua giovane – relativamente giovane – età. Raimo, credo, è nato dopo la morte di Ramelli. Probabilmente neanche immagina cosa furono quegli anni, nel bene e nel male. E come li vivemmo noi, militanti di sinistra e di destra, con furore, con passione, con amore, ma anche con folle violenza.

Al di là di questa giustificazione non c’è nient’altro che possa salvare l’articolo di Raimo. L’idea che un importante intellettuale italiano possa distinguere tra vittime dello squadrismo rosso o nero mi agghiaccia. Mi chiedo quando mai la sinistra potrà riprendersi se i suoi intellettuali sono a questo punto. Quando ricomincerà a pensare? E poi mi torna nella mente quello slogan: “Con una riga rossa tra i capelli”. E mi rimbomba, mi rimbomba mentre leggo l’articolo di Raimo.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.