Il “miracolo” di mettere insieme l’eterogeneo mondo delle opposizioni riuscì al professor Prodi. Non una, ma due volte: nel 1996 e nel 2006. E fu un miracolo inutile. Perché sì, si riuscì nell’impresa di battere il centrodestra, ma anche in quella di litigare un giorno sì e l’altro pure. Con il risultato di riconsegnare al centrodestra il paese in tempi rapidissimi (nel 2006) o non prima di aver dato alla luce 3 governi in 5 anni (nel 1996).
Insomma il campo largo che oggi Giuseppe Conte mette in crisi poteva essere una riedizione di quell’Ulivo, con dentro tutto e il contrario di tutto. Non senza ragioni algebriche: intanto si prenda un voto in più degli avversari, poi si vedrà.

Paralisi o litigi

Solo che lo schema porta inevitabilmente alla paralisi. O non si fa nulla per la paura (fondatissima) di litigare o si prova a fare qualcosa e si finisce per litigare. In un paese che tutto può permettersi, ma non il tirare a campare e rimandare riforme che sono sempre più urgenti.
In questo c’è la vicenda politica di Elly Schlein. Studia da candidata premier, ma deve nel frattempo trovare un equilibrio impossibile tra l’essere la portabandiera di una svolta a gauche (“non ci hanno visto arrivare”) e un ruolo da garante di sensibilità diverse e perfino opposte.

Come si fa a mediare tra Conte e Renzi?

La geometria della svolta era piuttosto semplice e collaudata: Schlein-Fratoianni-Conte. Solo che, dati elettorali alla mano, incompatibile con le ambizioni di andare al governo. E allora il campo largo si allarga e arriva anche Renzi. E torniamo all’Ulivo. Come mediare sulla giustizia, sull’Europa, sull’Ucraina, sul lavoro, sulla crescita (solo per elencare qualche tema di primaria importanza) tra Conte e Renzi? In ogni caso sarebbe una mediazione fragile, destinata a saltare al primo imprevisto.
E allora anziché mediare e ricucire all’infinito, meglio scegliere. Meglio ancora dare la possibilità di scegliere agli elettori.

Ci si confronti su due (o più) progetti di paese. Chiari, frutto di diverse idee di futuro e non di mediazioni al ribasso. E si dia agli elettori la possibilità di sceglierli. E anche di scegliere i propri candidati sul territorio. Si fa così in molti paesi democratici. Anche in Italia si era provato a farlo nel 2012. E ne era venuto fuori un dibattito stimolante, capace di andare oltre vecchi confini. Da allora, mai più. I candidati – o meglio gli eletti – sono decisi dalle segreterie di quello che resta dei partiti. Generalmente con rigidi criteri di corrente e di fedeltà. Rispetto ai campi stretti e ai campi larghi, decisamente meglio una sfida in campo aperto.

Tommaso Greco

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