L’ultima riforma organica dell’ordinamento tributario risale al 1972. I tempi sono maturi per una riforma. È stato proposto uno nuovo modello di tassazione per i professionisti, i titolari di reddito di lavoro autonomo e d’impresa, sostanzialmente basato su un criterio di cassa puro. Il nuovo modello potrebbe essere introdotto, auspicabilmente su opzione del contribuente, già dall’inizio dell’anno 2021. La nuova imposta si caratterizzerebbe per due aspetti. In primo luogo, l’imposta in esame inciderebbe direttamente sui flussi di cassa (cash flow) invece che sulla differenza tra componenti reddituali positivi e negativi determinata per competenza.

Ai fini della determinazione della base imponibile, sostanzialmente, rileverebbero i ricavi derivanti dalle vendite di beni e servizi al netto dei costi delle retribuzioni e di quelli degli asset materiali e immateriali che diventerebbero quindi deducibili nell’anno in cui sono sostenuti, senza più necessità di procedere agli ammortamenti fiscali. Verrebbero inoltre esclusi dal calcolo della base imponibile le componenti finanziarie, con conseguente venir meno degli incentivi fiscali, attualmente ancora presenti, all’indebitamento delle imprese.

In secondo luogo, le regole di determinazione della base imponibile della nuova imposta comporterebbero l’abbandono del meccanismo dei due acconti di giugno e novembre a favore di un versamento periodico (mensile o trimestrale) delle imposte determinate dall’amministrazione finanziaria sulla base di informazioni e dati precedentemente acquisiti dal fisco. Considerata la periodicità del versamento della nuova imposta, può ritenersi che verrebbero meno anche gli obblighi del sostituto di imposta di operare le relative ritenute d’acconto. Anche il sistema della fatturazione elettronica dovrebbe essere ulteriormente integrato delle informazioni sui flussi monetari bancari. Il calcolo della nuova tassa, del pari di quello dell’Iva, dovrebbe quindi essere “automaticamente” determinato dal fisco che sarebbe quindi legittimato a richiedere al contribuente il versamento delle relative imposte. In merito al versamento, è stato anche proposto che l’Agenzia proceda a riscuotere le somme dovute mediante prelievo automatico dal conto corrente del contribuente.

Tale proposta, tuttavia, prospettando un’odiosa ed eccessiva ingerenza nella sfera personale e patrimoniale del contribuente, pone dei seri dubbi di ragionevolezza, in quanto non sembra porsi in linea con le norme e i principi sanciti non solo a livello domestico e unionale, ma anche dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Un aspetto rilevante che necessita approfondimento è se la nuova imposta sarà destinata a colpire la ricchezza nel luogo di origine, secondo un modello denominato Origin-Based Cash Flow Tax, oppure se la stessa verrà elaborata per tassare la ricchezza nel luogo di destinazione della materia imponibile (cosiddetta Destination Based Cash Flow Tax).

Nella sua originaria formulazione, invero, la cash flow tax era concepita come un’imposta sui flussi di cassa dei produttori nazionali e configurava, quindi, un’imposta che tassava la creazione della ricchezza all’origine. Più di recente, invece, l’imposta in esame viene più propriamente riferita al luogo di destinazione della ricchezza creata, nel senso di tenere in maggiore considerazione, ai fini della individuazione della materia imponibile, l’ubicazione dei consumatori, piuttosto che il luogo della produzione o della residenza del contribuente (fattori che, come noto, sono agevolmente eludibili da parte del contribuente). Quest’ultima impostazione appare certamente più attuale ed efficace rispetto alla prima.

Con i limiti che verranno esposti a seguire, l’introduzione del descritto sistema impositivo può essere certamente accolta con favore, in quanto tale modello appare più adeguato a far fronte alle sfide derivanti dall’internazionalizzazione, dall‘intelligenza artificiale e dalla digitalizzazione, nonché più consono al progressivo incremento della presenza di beni immateriali nell’attivo delle imprese. L’introduzione di tale imposta, inoltre, comportando la piena e immediata deducibilità delle uscite per investimenti, eliminerebbe anche le distorsioni sulle scelte di finanziamento dell’impresa, in quanto la tassazione inciderebbe sulle sole transazioni reali e non su quelle finanziarie. L’ulteriore vantaggio della Cash Flow Tax è particolarmente apprezzabile nell’ambito delle attività di controllo e delle politiche di contrasto alle condotte evasive ed elusive, ivi incluso il fenomeno del cosiddetto profit shifting nei paradisi fiscali.

L’introduzione di un sistema di tassazione per cassa, infatti, agevolerebbe l’individuazione dei flussi di cassa evitando o, comunque, disincentivando potenziali pratiche dirette alla “alterazione” degli utili. Il descritto modello impositivo, inoltre, se verrà attuato secondo il modello Destination Based Cash Flow Tax, eviterebbe alle amministrazioni fiscali l’onere di rintracciare l’allocazione (territoriale) del reddito, consentendo di tassare direttamente le risorse finanziarie che transitano nelle casse delle imprese e dei soggetti ad esse assimilati sotto il profilo fiscale. In buona sostanza, se la nuova tassa verrà concepita secondo il modello Destination Based Cash Flow Tax, nel cui ambito le transazioni infragruppo non sarebbero rilevanti, verrebbe eliminato il concetto di residenza fiscale ai fini dell’individuazione della materia imponibile con conseguente attenuazione dei potenziali fenomeni elusivi tesi ad allocare la produzione o la residenza fiscale in Paesi con fiscalità privilegiata; lo stesso dicasi riguardo alle politiche aziendali tese a modificare i prezzi di trasferimento.

A fronte di tali indubbi vantaggi, la manovra proposta si rivelerà efficace soltanto se verrà concepita nel contesto di una revisione generale del sistema fiscale, nel cui ambito vengano adeguatamente disciplinati gli aspetti salienti del nuovo modello impositivo, con particolare attenzione alla nuova disciplina dei costi pluriennali, e regolato il progressivo passaggio alla nuova imposta nel rispetto dei tempi utili a recepirlo nell’ordinamento secondo una logica di carattere sistematico. La proposta di introdurre la nuova tassa con effetto dal periodo d’imposta 2021, sia pure su base opzionale, nell’attuale frangente storico in cui le imprese versano in una situazione di forte crisi di liquidità sembra quindi azzardata o, quanto meno, inopportuna. Ciò in quanto, oltre al rischio di provocare un ulteriore stress finanziario alle imprese già in affanno in ragione della perdurante emergenza epidemiologica da Covid, comporterebbe il deleterio ingresso nell’ordinamento dell’ennesimo regime particolare, destinato a una specifica categoria sociale (e cioè quella delle partite Iva), nel contesto di un sistema fiscale già fin troppo frastagliato e disomogeneo.

Serve una riforma fiscale sistematica, unitaria, coerente e non affrettata. Del resto, se lo scopo della riforma viene individuato nella (fin troppo abusata ma certamente non più procrastinabile) esigenza di semplificazione dell’attuale sistema fiscale e, in particolare, nell’opportunità di evitare il deleterio calcolo tra deduzioni, esclusioni e così via, occorre considerare che l’introduzione della nuova norma imporrebbe l’integrazione del sistema attuale per avere evidenza dei pagamenti e degli incassi delle somme da parte del contribuente. Verosimilmente, tali dati dovranno essere forniti all’Agenzia delle Entrate dai contribuenti e dai rispettivi professionisti, con conseguenti complicazioni ed evidente aggravio in termini di ulteriori adempimenti a carico del contribuente. Sembra quindi difficile sostenere che un procedimento che imponga la trasmissione dei dati utili a determinare l’imposta dovuta dodici volte (base mensile) oppure per quattro (base trimestrale) l’anno, in luogo di una sola volta, possa comportare una concreta “semplificazione” fiscale.

In altri termini, non può escludersi il rischio concreto che i numerosi adempimenti già posti a carico dei contribuenti e dei professionisti vengano ulteriormente incrementati in ragione delle probabili difficoltà tecniche necessarie all’integrazione della base dati da porre a fondamento del nuovo meccanismo impositivo. Tale inconveniente, potrebbe essere evitato solo se la descritta proposta di modifica s’innesterà nel contesto di una riforma fiscale organica e coordinata da attuare nei giusti tempi, nel cui ambito vengano previsti rimedi efficaci a controbilanciare l’eventuale introduzione di nuovi adempimenti in un determinato settore impositivo dell’ordinamento.
Continuare a procedere con riforme ad hoc, in assenza del doveroso coordinamento sistematico con le altre disposizioni fiscali, accrescerebbe il già elevato grado di incertezza normativa caratterizzante l’attuale sistema tributario comprimendo, in tal modo, i principi di semplicità e certezza, cardine di ogni sistema fiscale civile e moderno, incoraggiando invece l’utilizzo improprio delle norme e quindi l’insolenza e la corruzione.

A ben vedere, sembra che l’effettiva ragione di una “affrettata” introduzione della riforma in commento andrebbe forse rintracciata nell’esigenza erariale di far fronte al minor gettito previsto per il 2021, che sarà verosimilmente inferiore rispetto a quello stimato, con i flussi reddituali della nuova imposta. Ebbene, se l’introduzione “accelerata” della nuova imposta salvaguarderebbe per un verso l’interesse erariale, dall’altro mortificherebbe quello del contribuente e sacrificherebbe quello di garantire la competitività dell’economia. Ma anche a prescindere dal dibattito circa il corretto bilanciamento dei predetti interessi e, quindi, da una valutazione sulla ragionevolezza della riforma, non può sottacersi che se l’economia andasse in stallo non ci sarebbe più creazione di ricchezza da tassare. Per far fronte alle esigenze di bilancio non si può giungere ad affossare l’economia. Peraltro, se la necessità di affrettare l’entrata in vigore del modello di tassazione per cassa trovasse effettivamente ragione nell’esigenza di reperire una copertura finanziaria al minor gettito stimato per gli acconti 2021, si potrebbe comunque valutare di far fronte a tal esigenza ricorrendo a percorsi alternativi. Per esempio, nel contesto di una riforma organica e coordinata, si potrebbe procedere alla revisione dell’attuale disciplina delle tax expenditures oppure della tabella Iva sui beni e i servizi soggetti ad aliquota agevolata.

Il recente progetto di rivedere l’attuale sistema di tassazione previsto per professionisti, titolari di reddito di lavoro autonomo e d’impresa, dunque, può accogliersi con favore, solo nella misura in cui si accompagni a una riforma di sistema attuata sulla base di un programma omogeneo, in cui siano puntualmente chiarite le linee guida e i principi da seguire, che non sia ispirata da impulsi propagandistici né da pressioni elettorali, ma che abbia a riferimento un disegno globale, che sia funzionale alla crescita sostenibile e che ottimizzi la distribuzione del carico fiscale ispirandosi a principi di equità sociale. Non sprechiamo l’occasione di creare un sistema fiscale realmente innovativo, saldo e competitivo che si riveli duraturo e sostenibile per il sistema economico.