Chiunque si trovi a fare critica letteraria sui giornali si chiede in nome di cosa giudichi le opere, quando oggi non ci sono più valori condivisi, tradizioni riconoscibili, figure ritenute autorevoli. A chi si rivolge? Si sente legittimato da un pubblico? Per tentare una risposta a questo interrogativi vorrei fare un breve ritratto del più grande critico militante della seconda metà del ‘900, a vent’anni dalla sua scomparsa.

Scrivere recensioni è un’arte difficile e sottile, sempre in equilibrio tra mediazione e invenzione, tra servizio e immaginazione critica, ed è un’arte oggi esposta – come dicevo – ad obsolescenza, per varie ragioni. Maestro assoluto di quest’arte è stato Geno Pampaloni (1918-2001), prima sul Corriere della sera, poi sul Giornale di Montanelli, oltre che su alcune riviste (il Mondo, il Ponte, su cui uscirono dopo la guerra i suoi primi scritti…). Mi piace accostarlo non solo alla famiglia dei critici-scrittori, da Serra a Garboli, da Cecchi e Praz a Debenedetti (quelli cioè in cui la pagina ha un valore letterario indipendentemente dal giudizio formulato) ma al Pasolini recensore, quello di Descrizioni di descrizioni, forse il suo libro più bello, benché ovviamente tra loro diversissimi. Una volta Fortini ha detto che fare critica è «poter parlare di tutto a proposito di un concreta e determinata occasione». Aggiungo: occorre però parlare di tutto in modo interessante. Ecco, dalle recensioni di Pasolini e Pampaloni non solo ho imparato quasi tutto quello che so sulla critica (più che in ponderosi trattati teorici: la critica è il critico, amava ripetere citando Contini), ma ho anche scoperto come descrivendo un testo letterario si propone sempre una propria interpretazione della realtà, in cui confluiscono idee, umori, interrogativi, utopie.

Pampaloni nasce a Roma nel 1918, cresce a Grosseto dove il padre aveva un negozio di granaglie, si laurea alla Normale di Pisa con Luigi Russo; nella Seconda Guerra Mondiale combatte nel Primo Raggruppamento Motorizzato e poi nel Corpo Italiano di Liberazione, i cosiddetti “badogliani”, malvisti da fascisti e comunisti, in una compagnia anticarro che si rifiutò di sciogliersi l’8 settembre (era una Italia che cercò di resistere allo sfacelo, «in nome di un sentimento di serietà della vita», e non era solo antifascista, alla quale si contrappone l’Italia del tutti a casa alimentato dalla «dissennata fuga dello stato»); ha collaborato a Italia libera, quotidiano del Partito d’Azione, ha lavorato 12 anni alla Olivetti, è stato direttore editoriale, per approdare poi a una attività continuativa di recensore. Dunque Pampaloni, di formazione liberaldemocratica, intrepido combattente («benché uomo di poca guerra»), profondamente laico ma non estraneo al timore e tremore religiosi, è il maestro della critica militante: con un gusto educatissimo, infallibile (si diceva che non sbagliasse mai). Sue qualità sono, oltre al gusto personale: onestà intellettuale, acume psicologico, sensibilità “politica” per i conflitti del proprio tempo, finissima abilità ritrattistica, attenzione alla storia delle idee, umiltà (dice di sé di essere il tipico “narratore mancato”, che si rifugia nella critica «nella vana speranza di imparare l’arte del raccontare»).

Concepisce la recensione come un componimento metrico, dotato di regole non troppo flessibili, e diviso in tre parti: nella prima si riassume la trama, possibilmente con un prelievo dal testo, una citazione tra virgolette, poi una seconda parte in cui si danno notizie sull’autore (la sua produzione, il suo percorso, il suo rilievo nella letteratura contemporanea), e infine la terza parte in cui il critico si espone con un proprio giudizio di valore, argomentato con nettezza, e possibilmente condensato in una formula icastica, in qualche modo “spettacolare”. Ricordo solo alcune fulminanti definizioni, vicine all’epigramma e all’ossimoro: Moravia “giansenista e virtuista”, Soldati “moralista in musica”, Pasolini “poeta dell’ideologia” o il ribaltamento del luogo comune, per cui Pavese lungi all’essere realista è “scrittore di natura calligrafica”.

Unico dovere che Pampaloni si riconosce come lettore professionale è di capire e di far capire ciò che ha capito, «ciò che l’autore intendeva dire, e la misura e i modi in cui è riuscito ad esprimerlo», fino al punto di dialogare intimamente con l’autore (risale dal libro all’uomo, al ritratto psicomorale). Di qui una prosa critica trasparente, elegante e semplice (come è proprio di una tradizione molto italiana), affabile e curatissima. Pur non nascondendo mai i propri giudizi non vuole che siano autoritari: «Il mio sforzo è di mettere il lettore in grado di farsi egli stesso un proprio giudizio» (per questo abbonda nelle citazioni, seguendo la lezione di Croce). Il suo giudizio, spesso severo, pur argomentato, su un’opera letteraria, è sempre giudizio sulla vita. Pampaloni è stato un laico tentato dal nichilismo (volgendosi indietro alla fine della vita, come Orfeo con Euridice dirà che si scorge solo l’ombra informe del nulla), ma vibrante di una trepida religiosità creaturale (ogni persona è sacra, intangibile, redenta per il solo fatto che ha vissuto), persuaso che «la confidenza con la morte è la fase più alta dell’educazione umana».

Chiede alle opere di incarnare una coscienza, perlopiù dolorosa, del destino umano, benché sia convinto che esista una felicità, anch’essa intrecciata con questo destino. Incarna la figura del critico come individuo (solitario, inappartenente, responsabile), che si rivolge a un lettore inteso anch’egli come individuo. D’accordo con Pampaloni ritengo che ad ogni libro bisogna chiedere delle ragioni di vita. Usarlo invece solo come distraente è legittimo, certo, ma significa depotenziare la lettura stessa (come meri distraenti oggi esistono concorrenti ben più efficaci!): ogni libro infatti può essere uno scrigno in cui è depositata una verità per noi preziosa.