Letture
Lo scaffale
Rossobrunismo, storia e ritorno di un’ideologia contro la democrazia
«Le teorie rossobrune sono un perfetto e pratico arsenale ideologico per i tempi di crisi. Del resto, “il monopolio della sovversione” è il tratto più autentico, il motore psicologico del rossobrunismo. Praticato dal basso, significa unire tutte le forze antisistema in un solo fronte. Praticato dall’alto, significa dirottare quel potenziale verso un bersaglio altro: in fondo, tutto sta a definire quale è il sistema da abbattere. Cento anni fa furono le democrazie liberali. Oggi anche». Questa è la conclusione dell’illuminante saggio di Stefano Cappellini, vicedirettore di Repubblica e già autore di molti saggi politici (“Il rossobrunismo – Quando gli estremi si uniscono per colpire la democrazia», Utet), che fotografa il conflitto – attualissimo ma con radici profonde nella storia – tra questo magma ribollente che in una parola definiremmo reazionario e le democrazie occidentali.
Siamo partiti dunque dalla fine del saggio con quella conclusione “politica”: la democrazia è sotto attacco. Ma l’opera di Cappellini si fa apprezzare anche come testo di storia di quelle dottrine politiche che hanno provato a mescolare sinistra e destra. Tutta la prima parte è un compendio approfondito delle origini del rossobrunismo attraverso un elenco sterminato di nomi e fatti. Sicché si parte dai “socialisti nazionali” della Francia che andranno a nutrire i veri reazionari di quel Paese: i Maurras, i Doriot, i Déat, i Drieu La Rochelle e tanti altri, fotografati nella loro singolarità. Già si vede qui la maionese impazzita di anticapitalismo, culto della forza, vitalismo, nazionalismo e tutto ciò che concorse a determinare quegli incontri tra destra e sinistra – paradossalmente nel nome del superamento di quella dicotomia – che soprattutto tra gli anni Venti e i Quaranta non furono rari. Un propellente dell’ascesa al potere di Mussolini e persino di Hitler (ottima la ricostruzione del clima della Repubblica di Weimar). Da Corradini a D’Annunzio a Malaparte, si rievoca la temperie che preparò o accompagnò il mussolinismo. Interessante il capitolo che riguarda l’“Appello ai fratelli in camicia nera” lanciato a metà degli anni Trenta dai comunisti italiani, che appunto cercavano di cogliere nei giovani fascisti quegli elementi che avrebbero dovuto portarli naturaliter a sinistra: non era solo propaganda ma un’intuizione persino culturale. Difatti, i fili ideologici tra socialismo – un socialismo deviato – e reazione sono sottilissimi, eppure realmente in grado di saldare, dentro un pasticcio culturale e ideale, una matassa anti-élitaria e anti-liberale nel segno della primazia del “popolo” naturalmente guidato dall’uomo della Provvidenza.
Il rossobrunismo cioè è uno dei grandi polmoni dei totalitarismi del Novecento, il grande avversario della democrazia. Negli anni a noi più vicini, il fenomeno prosegue. Dopo la Seconda guerra mondiale: «I nazi-maoisti, i nazionalcomunisti, i comunitaristi, i campisti, i sovranisti, fino ad arrivare a tutti quei movimenti della politica postmoderna costruiti sull’abbattimento del confine tra destra e sinistra. In Italia, il Movimento 5 Stelle, capace di arrivare in pochi anni al governo del paese, è fondato su molti cliché del rossobrunismo». L’affresco del nuovo rossobrunismo del XXI secolo, quello che vediamo (e non vediamo) agire in questi anni – e qui il discorso incrocia la Russia di Putin e di striscio l’America di Trump – è esauriente. Perché il rossobrunismo è mondiale proprio come la globalizzazione che è il suo grande nemico e così la grande finanza, i mass media, i partiti. Gruppi e gruppetti sono sorti ovunque sotto il segno dell’antidemocrazia, penetrati nella vita politica, nei Parlamenti: da noi, il grillismo ha rappresentato l’apice di quel complottismo che è il lievito dello spirito antidemocratico, unito alla più completa adesione alle tesi della destra per esempio sull’immigrazione. Il governo gialloverde è un esempio di rossobrunismo al potere.
Spiega Cappellini: «Occorre sostenere che la democrazia non è ciò che appare, che dietro le quinte di ogni sistema democratico c’è un piano per realizzare gli interessi di pochi e negare quelli di molti. Non quando ciò accade davvero, come è possibile, ma sempre e comunque. Serve dimostrare che la democrazia è un inganno consapevole, una macchinazione che finge di offrire diritti e libertà, mentre invece lavora occultamente a calpestarli. Da qui la necessità di denigrarla con argomenti che razionalmente non sarebbero spendibili. In tal modo, oltre ad accreditarsi una battaglia contro le oligarchie, il complottismo può convincere i suoi adepti che si batte per un mondo più giusto e che il superamento della democrazia è il mezzo per ottenerlo».
Tutto questo è un armamentario “ideologico” che va bene sia alla sinistra proto-comunista e al movimento No global di Seattle che ai gruppi neofascisti e neonazisti. Piccole centrali rossobrune come Byoblu, influencer vari, giornalisti invecchiati, mezze calzette dell’estrema sinistra, intellettuali di una destra nostalgica, un grande circo Barnum di professionisti (alimentati finanziariamente da chi?) che di continuo getta discredito sull’Ucraina, sull’Unione europea, sui leader democratici, sui Parlamenti; la disinformazione e la manipolazione sono le loro armi. La Rete è la loro arma in più. Il saggio di Stefano Cappellini è pertanto una documentata enciclopedia di uno dei più gravi misfatti teorici e politici della politica: il virus rossobruno che è tra noi.
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