«Gran parte del verde pubblico è inaccessibile perché manca una cultura del verde e un bene è tale se riconosciuto dalla collettività come un valore. E poi servono una politica di monitoraggio e una programmazione della manutenzione ordinaria». A suggerirlo è Giuseppe Gaeta, direttore dell’Accademia di Belle Arti di Napoli.

Direttore, qual è la causa principale della situazione attuale?
«Una delle cause è la mancanza di una “cultura del verde” e degli spazi collettivi. Certo, anche negli enti preposti alla tutela e alla valorizzazione, ma tutto parte dai cittadini. Se non cambia l’educazione e il rispetto degli spazi che sono anche nostri, ma non solo nostri, le istituzioni possono fare ben poco. La cultura della conservazione va di pari passo con la cultura della tutela».

A proposito di conservazione e tutela, il Comune dovrebbe fare di più?
«Credo che ogni ente pubblico debba fare sempre di più per garantire un servizio ai cittadini. Se oggi c’è un problema è sicuramente perché si poteva fare meglio. A questo aggiungiamo la mancanza di fondi destinati agli investimenti per il verde. Invece di individuare le responsabilità si deve creare una rete di collaborazione tra Comune, Regione e Soprintendenza. Occorre snellire la comunicazione e i passaggi, così da accorciare i tempi di intervento ma anche di progettazione complessiva a lungo termine. Oltre alla mancanza di fondi, c’è una logica alla quale siamo abituati che è sbagliata».

A cosa si riferisce?
«Noi siamo abituati a una logica dell’emergenza. Si interviene quando c’è l’emergenza, ma questo chiaramente distoglie energie e risorse dalla manutenzione e dalla programmazione ordinaria che invece consentirebbero la tutela e la funzionalità di un bene pubblico come il verde».

Delegare la gestione degli spazi verdi pubblici a un soggetto privato potrebbe essere una soluzione?
«Non credo sia la soluzione migliore, in fondo vorrebbe dire delegare ad altri un problema, non risolverlo. Serve una cogestione, una forma più avanzata di organizzazione, non una totale delega a terzi. Penso che un solo soggetto, sia esso pubblico o privato, non possa fare molto da solo. Credo, invece, in una rete formata da più soggetti con competenze diverse. Quindi una collaborazione tra università, associazioni culturali, volontari, Comune e tutti gli altri enti preposti alla gestione e alla tutela del verde pubblico».

Lei cosa suggerisce di fare?
«Promuovere gli eventi culturali all’interno del verde sarebbe sicuramente molto funzionale alla loro valorizzazione, riqualificazione ma anche gestione. Chiaramente parliamo di eventi in armonia con il luogo, che possano aggiungere valore culturale, sociale ma anche economico, così da poter programmare degli investimenti. Un progetto fatto anche da cittadini e studenti genera benefici anche sulla tutela del verde o di un luogo. Noi l’abbiamo fatto e il risultato c’è stato».

A che progetto si riferisce?
«Gli studenti della nostra accademia, in collaborazione con i bambini di una scuola del quartiere di Barra, hanno realizzato un bellissimo murale su un muro grigio e rovinato. Bene, quel murale non è protetto o sorvegliato da nessuno ma non ha mai subito un graffio. E sa perché? Perché lo riconoscono come loro, è un simbolo identitario e rovinarlo sarebbe rovinare ciò che i loro figli hanno fatto. Allo stesso modo, se imparassimo a sentire come nostro il verde, non ci verrebbe mai in mente di rovinarlo, anzi ce ne prenderemmo cura. Un luogo alieno deve diventare luogo di appartenenza».