Per quest’anno sogno un Festival di Sanremo modello “Arte povera”. Sarebbe un modo per uscire dall’impasse, e ancora di più dalle ambasce, affinché la tribolata edizione 2021 della kermesse sanremese, che dovrebbe svolgersi in pieno dominio di coronavirus, possa tenersi nella più indolore e rassicurante delle maniere.

In che modo? Semplice. Realizzando una rassegna, un’edizione, un festival, come dire, in stile oppure, se preferite, versione proprio “Arte povera”. Cioè con un dispendio minimo di energie, badando unicamente alla sostanza del discorso canoro. Nel caso, rinunciando perfino alle cantinelle, alle rampe, alle scale, alla scena piena stessa, addobbata “comme il faut”, del Teatro Ariston. Ma sì, giusto un po’ di fiori qua e là, non gladioli, ma gerbere, dalie, e soprattutto molte rose, in omaggio doveroso all’iconografia retorica dell’amata Riviera dei Fiori dove ogni cosa ha luogo. E, va da sé, alla sua canzone memoriale, cardine melodico che porta con sé il caro apotropaico e cotonato volto in dissolvenza della nostra compianta Nilla Pizzi. Quanto al resto, attenersi all’essenziale. E cassare tutto il resto. Tagliando così la testa al toro d’ogni spesa ulteriore e annesso patema clinico.

“Arte povera”, non certo nel senso della madia rustica con finti buchi di tarli, semmai, più semplicemente, la semplice e liberatoria possibilità di utilizzare materiali, appunto, “vili”, semplici, ordinari, per nulla retorici, in luogo del similoro abituale. In breve, ciascun concorrente resti in casa propria, collegandosi via Skype, o con altri dispositivi consentiti, per la sua attesa esibizione. Quanto ai possibili problemi audio, siano da considerare valore aggiunto, verità stessa delle voci del mondo, perfino qualora dovesse evidenziarsi un suono di tipo “telefonico” in uscita, cioè non perfettamente terso, musicalmente zavorrato dalle cosiddette impedenze.

D’altronde, in questi ultimi decenni ci siamo abituati a ogni tipo di “grana”, risoluzione visiva non particolarmente perfetta, e lo stesso valga per il sound. Inutile dire che il collegamento domestico da remoto varrebbe sia per i singoli “artisti” concorrenti, sia per i gruppi, idem per gli ospiti speciali. E comici compresi. Il festival versione “Arte povera”, sia detto, innalzi come vessillo la metafora di un mondo in pigiama per forza di cose, o, se preferiamo un’accezione più esotica, più glamour, renda omaggio al “pajama”. Tutto ciò taglierebbe la testa al toro d’ogni dibattito sull’ipotetica assenza di un pubblico abituale, figuranti o meno. Se selezionato dopo lunga quarantena da tenersi militarmente a bordo di natanti simili a una “Costa Concordia”, o piuttosto, come è accaduto di recente per il giuramento di Biden alla Casa Bianca, sostituendo la presenza umana respirante con un’ordinata distesa di bandiere, lì a raffigurare gli assenti.

Molti professionisti in servizio permanente effettivo nel mondo canoro, come no, potrebbero adesso obiettare che così facendo la rassegna avrebbe tutt’altro sapore, forse insipido. Giustissimo, resta però che il mondo attuale, perfino in termini di agibilità minima, assomiglia poco al tempo della citata Nilla o di Mimmo Modugno o del compianto Luigi Tenco, oppure dei Ricchi e Poveri. Idem a Morgan che pronuncia un paradigmatico: “Dov’è Bugo?”. Fare di necessità virtù. Soprattutto in casi estremi. Con i tempi che corrono c’è stato perfino modo di assistere a conduttori, risultati positivi al Covid-19, costretti a collegarsi da casa in tenuta da riposo. Felpa in luogo di uno smoking, di un abito lungo di gala serale.

In studio, nient’altro che il conduttore, spalle allo schermo. Le nostre pupille, meglio, quelle del pubblico, a completare il quadro. Lo so, tutto molto frustrante per gli habituée, gli stessi che solitamente, ogni anno, planano nella Città dei Fiori per affezione rituale. Penso al procacciatore di autografi, sempre lì, sguardo da furetto, nell’attesa del super ospite straniero o, perché no, di Orietta Berti e Gianni Morandi o Al Bano. Anche quest’ultimo potrebbe comparire, come in un ex voto, circonfuso di luce, nel trono della sua casa, al centro dello schermo come un Cristo Pantocratore delle Puglia.

Un festival in versione “Arte povera” a ognuno consentirebbe di sviluppare il proprio estro, e soprattutto scenografie domestiche artigianali, fosse anche un semplice sfondo di cartoni da imballaggio o carta da cielo stellato già utilizzato per il presepe. Le grandi invenzioni nascono sempre dallo stato di necessità, addirittura nei frangenti di guerra, si pensi alla penna a sfera, creata per prendere appunti ad alta quota, a bordo di un caccia-bombardiere. Valga poi l’esempio delle statuette degli Oscar, realizzate in gesso dal 1940 e il 1945, posto che allora il metallo necessitava per lo sforzo bellico.

Non dimentichiamo che, senza neppure la presenza di un virus, nel 1980, anno della conduzione di Roberto Benigni che lungamente volle baciare la comprimaria Olimpia Carlisi, il festival sembrava per essere sul punto di dissolversi e svanire. Chi ha memoria degli slittamenti progressivi del gusto lo ricorderà certamente. Una versione “Arte povera” come grande sfida della fantasia.

Un’ultima avvertenza. Resta che quando il tempo della quarantena sarà un pensiero lontano, e ai posteri toccherà ricordare la canzone più catturante del momento, probabilmente nessuno farà ritorno ai brani presentati tra i fiori della zona rossa o arancione, al chiunque, ahimè, intonerà la strofa inarrivabile di uno spot, “cubetti cubicù… cubetti cubicù… cubetti i love you…”.