Politica
Scarpinato pretende trasparenza sulle chat di Delmastro. Ma sul suo caso invocava la privacy
Le chat di Andrea Delmastro? “Se fosse un uomo di Stato le avrebbe consegnate spontaneamente, dimostrando di non avere nulla da nascondere”. Le proprie conversazioni con l’ex magistrato Gioacchino Natoli? Quelle invece meritavano di essere protette dalle prerogative parlamentari e la loro divulgazione costituiva una questione di principio, tanto da spingere Roberto Scarpinato a sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale. Due vicende diverse sotto il profilo giuridico, come lo stesso ex procuratore generale di Palermo ha sempre sostenuto. Ma un interrogativo inevitabile: il principio della trasparenza vale sempre oppure cambia a seconda del protagonista?
La trasparenza sulle chat private
L’occasione per tornare sul tema è l’intervista rilasciata ieri dal senatore del Movimento 5 Stelle a Il Fatto Quotidiano, nella quale commenta la decisione della Camera di negare l’autorizzazione all’acquisizione delle chat dell’ex sottosegretario alla Giustizia con i suoi ex soci della bisteccheria, accusati di avere rapporti con la criminalità organizzata. Scarpinato non usa mezzi termini. “Se fosse un uomo di Stato, avrebbe consegnato lui stesso le chat, dimostrando di non avere nulla da nascondere”. E ancora: il comportamento del sottosegretario e della maggioranza “autorizza il sospetto” che la vicenda rappresenti soltanto “una tappa di un work in progress per rendere sempre più impermeabili ai controlli i mondi contigui della corruzione e della mafia dei colletti bianchi”. Parole molto dure, accompagnate dall’immancabile e stantia accusa al governo Meloni di aver progressivamente smantellato gli strumenti di contrasto alla criminalità economica e mafiosa.
La faccia tosta di Scarpinato
Le dichiarazioni di Scarpinato non possono non far tornare alla mente una vicenda che lo riguarda direttamente e che rende inevitabile parlare di un doppio standard. Nell’autunno del 2024 finirono infatti sui giornali le conversazioni tra il senatore pentastellato e l’ex magistrato Gioacchino Natoli, indagato dalla Procura di Caltanissetta nell’ambito dell’inchiesta sulla mancata cattura di Bernardo Provenzano. Quelle chat vennero diffuse pochi giorni prima dell’audizione di Natoli davanti alla Commissione parlamentare Antimafia, della quale Scarpinato fa parte. La reazione dell’ex procuratore generale di Palermo fu immediata. Precisò di non avere “nulla da nascondere” e denunciò la divulgazione delle conversazioni come una violazione delle prerogative parlamentari. Arrivò persino a promuovere un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta, sostenendo che la maggioranza avesse introdotto un principio pericoloso: quello secondo cui un parlamentare non indagato potrebbe essere intercettato e le sue conversazioni, pur penalmente irrilevanti, divulgate per finalità politiche. Peccato che il ragionamento utilizzato nell’intervista sia radicalmente diverso. Non si limita a sostenere che la magistratura abbia il diritto di acquisire quelle conversazioni. Va oltre. Sostiene che Delmastro avrebbe dovuto consegnarle spontaneamente, e aggiunge che il rifiuto “autorizza il sospetto” dell’esistenza di altri fatti da nascondere.
I due casi non sono identici, ma il criterio invocato sì
Quando le conversazioni riguardano un avversario politico, il metro di giudizio diventa quello della trasparenza assoluta: chi non consegna le chat alimenta inevitabilmente il sospetto. Quando invece le conversazioni riguardano lo stesso Scarpinato, il principio cambia completamente: entrano in gioco le garanzie costituzionali, le prerogative parlamentari, il rischio di un utilizzo politico di intercettazioni penalmente irrilevanti. Naturalmente i due casi non sono identici. Lo stesso Scarpinato lo ricorda anche nell’intervista, sostenendo che Delmastro è indagato mentre lui non lo era, e che le proprie conversazioni non avevano alcuna rilevanza penale. Se però il criterio è quello evocato dallo stesso ex magistrato (“Chi non ha nulla da nascondere consegni le chat”), allora dovrebbe valere come principio generale. Se invece si ritiene che le conversazioni di un parlamentare siano tutelate da garanzie costituzionali e non possano essere divulgate o acquisite senza rispettare precise procedure, allora lo stesso principio dovrebbe valere anche quando il parlamentare si chiama Delmastro. Le garanzie costituzionali non possono essere a geometria variabile. Non possono, in altre parole, trasformarsi in privilegi quando riguardano sé stessi e dissolversi quando riguardano gli avversari. Le chat di Delmastro sì. Le proprie, decisamente no.
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