Siculiana, Racalmuto, Scicli. Tre paesi accomunati dalla bellezza dei loro territori ma anche dal fatto di essere stati sciolti per mafia. Provvedimenti, però, gravidi di dubbi, coincidenze, anomalie, strane sviste, retti da un’impalcatura giudiziaria che – nei confronti degli amministratori – molto rapidamente, è crollata a colpi di assoluzioni. Sullo sfondo, a legare le vicende dei tre paesi siciliani, c’è l’affare del ciclo dei rifiuti. La cui gestione, in Sicilia, è prevalentemente affidata a privati con gravi conseguenze economiche e ambientali.
Tre casi legati dallo stesso canovaccio: un’indagine giudiziaria che individua un’ipotesi di reato per fatti di mafia, un nutrito coro di voci provenienti dal mondo giornalistico, istituzionale e politico a sostegno delle accuse di collusioni con le organizzazioni criminali, poi l’esecuzione del provvedimento e infine l’incredibile assoluzione, in sede penale, di quegli amministratori precedentemente accusati.
I casi di questi tre scioglimenti sembrano rappresentare il paradigma di una lotta alla mafia retorica svuotata di contenuti e di fatti.

Utilizzata come clava per fare carriera e affari. E così, anche laddove la mafia non c’è o quanto meno non è infiltrata in amministrazioni comunali sane, bisogna inventarla. A tutti i costi. A ricostruire le storie di questi tre scioglimenti sospetti è stata la Commissione Parlamentare Antimafia dell’Assemblea Regionale Siciliana presieduta dal presidente Claudio Fava. Prima con un’inchiesta sul ciclo dei rifiuti approvata lo scorso 16 aprile a cui è seguita, lo scorso 8 settembre, la relazione conclusiva sullo scioglimento del Comune di Scicli. Nella quale si matura il dubbio di «un uso disinvolto e strumentale delle norme del Testo Unico sugli Enti Locali – scrive la Commissione – che disciplinano lo scioglimento dei consigli comunali. E che, in taluni casi, lo scioglimento sia oggettivamente servito a rimuovere le posizioni contrarie che quelle amministrazioni avevano formalizzato sulla ventilata apertura o sull’ampliamento di piattaforme private per lo smaltimento dei rifiuti». «Il caso di Scicli – ha spiegato il presidente Fava – rispetto agli altri due Comuni analizzati, Siculiana e Racalmuto, ci è sembrato mostrasse elementi di contraddizione più palesi e più violenti».

Rifiuti e petrolio

Secondo la Commissione Antimafia, le ragioni dello scioglimento per mafia del Comune di Scicli, avvenuto nel 2015, si collegherebbero all’impresa Acif – operante nel settore della raccolta rifiuti – e al progetto di ampliamento del suo impianto di trattamento e recupero di rifiuti pericolosi. E qui si manifesta la prima di una lunga serie di coincidenze. Infatti, è il 2014, «all’indomani di un parere negativo espresso nei confronti del progetto di ampliamento presentato da Acif – scrive l’Antimafia – l’amministrazione comunale viene travolta da un’inchiesta giudiziaria. L’indomani il prefetto di Ragusa (Annunziato Vardè, ndr) nomina una commissione di accesso agli atti del Comune.
Il 17 luglio il sindaco Franco Susino – sul conto del quale si sono persino stranamente interessati i servizi segreti interni per acquisire informazioni – riceve un avviso di garanzia per concorso esterno in associazione mafiosa. Il 29 aprile del 2015 viene disposto lo scioglimento».  Nel 2016 l’Acif otterrà l’autorizzazione. Ma il percorso dello scioglimento inizierebbe già nel 2012 quando Susino si oppone al raddoppiamento della piattaforma petrolifera Vega che ha bisogno di un passaggio a terra per sbarazzarsi dei rifiuti.

Mafia a tutti i costi

Lo scioglimento per mafia del Comune di Scicli è determinato, come scritto dalla commissione prefettizia, dall’inchiesta penale a carico di Susino, reo di intessere relazioni pericolose con Franco Mormina assunto dalla Eco. Seib, ditta che aveva in appalto la raccolta dei rifiuti a Scicli. Mormina viene accusato di essere il boss mafioso capo della cosiddetta “banda degli spazzini”. Intanto, mentre la commissione prefettizia deve ancora decidere se sciogliere o meno il Comune, stampa e attività istituzionali ripetono a reti unificate, con certezza, che a Scicli c’è una cupola mafiosa. Poi si arriva a un processo. E quella che era stata spacciata per una verità acclarata, viene ribaltata: il gip del tribunale di Ragusa, riferendosi alla posizione di Susino, afferma che «è inaudito che l’imputazione abbia superato il vaglio dell’udienza preliminare!». Mormina viene assolto con sentenza definitiva sia dall’accusa di associazione mafiosa che da quella di associazione a delinquere semplice. Viene condannato per furto di carburanti e tentata violenza privata e estorsione.

Mormina, dunque, non è mafioso. Eppure per il prefetto, i commissari prefettizi, il Tar, il Consiglio di Stato, «l’inchiesta penale è dirimente» per valutare il provvedimento di scioglimento. La storia potrebbe anche finire qui, ma c’è di più. Mancando l’autorevole voce dell’amministrazione comunale a tutela dell’ambiente, l’Acif ottiene l’autorizzazione all’ampliamento della discarica. Per i commissari prefettizi, che avrebbero dovuto tenere conto delle denunce della giunta Susino, derubrica l’autorizzazione come “una svista”. Ma le sviste, in questa storia, sono tante. Dagli atti risulta che Mormina sia stato assunto dall’Eco Seib prima che Susino diventasse sindaco. E che, inoltre, il licenziamento di Mormina – per questioni di budget – allora considerato il boss della presunta cupola di Scicli è avvenuto durante l’amministrazione di Susino. Informazioni che la prefettura di Ragusa avrebbe dovuto inviare alla commissione ministeriale. Ormai, però, l’accusa di associazione mafiosa non doveva crollare.

“Un’esperienza drammatica”

«È stata un’esperienza drammatica della quale, ancora oggi, sento il peso dal punto di vista fisico e psicologico. Mi sono sentito tradito dalle istituzioni. Tradito perché i commissari che hanno fatto l’accesso agli atti non hanno mai menzionato la mia azione amministrativa», dice l’ex sindaco Susino con la voce increspata dall’emozione. «Sulla mia attività – aggiunge – legata ai conti sul costo della raccolta dei rifiuti non risulta niente. Su questo aspetto, che poi è stata l’impalcatura della mia accusa in sede penale, non hanno scritto niente. Dovevamo essere eliminati politicamente». E sulla legge che regolamenta lo scioglimento dei comuni infiltrati dalla mafia non ha dubbi: «Dovrebbe essere rivista perché non ci sono contraddittori e nessuno controlla il lavoro dei commissari prefettizi». Oggi Susino continua a interessarsi alle politiche ambientali del paese. Camminando per le vie di Scicli spesso incontra un suo concittadino che gli ripete: «Dottore, glielo dicevo io che era troppo onesto per fare il sindaco».