Difficile, il giorno dopo lo scoop del Riformista sulla sentenza-patacca che nel 2013 aveva condannato Silvio Berlusconi per frode fiscale, trovare ancora qualcuno che non ritenga il leader di Forza Italia sia stato vittima di un’ingiustizia. Oddio, qualche piccolo uomo ancora c’è, ma, come dicono quelli che hanno studiato, de minimis non curat praetor. Le prime pagine dei giornali, le ricostruzioni, le conferme per alcuni, l’incredulità per altri. Pochi dubbi, a Berlusconi nel 2013 fu fatta una “porcata” che per via giudiziaria completava quella politica del 2011: prima gli fu scippato palazzo Chigi, poi il seggio del Senato. E mentre vecchi e nuovi partiti, di destra e di sinistra, gareggiavano per spartirsi le sue spoglie elettorali e politiche, lui accudiva gli anziani alla sacra Famiglia di Cesano Boscone. E la storia italiana diventerà un’altra.

Oggi c’è un grande silenzio della politica, fragoroso quanto l’entusiasmo di Forza Italia, che chiede a gran voce la riabilitazione del proprio leader, e la compunta solidarietà di Matteo Salvini e Giorgia Meloni e un piccolo sbilanciamento, unico a sinistra, di Matteo Renzi, che ancora deve farsi perdonare la fretta che ebbe nel novembre del 2013 di far cacciare Berlusconi dal Senato. La politica parlerà, insieme ai grandi commentatori che per ora hanno lasciato spazio ai cronisti, in gran parte. Non potrà sottrarsi. E il sindacato dei magistrati, che ieri si è sentito in dovere di rivendicare solo a sé il diritto di intercettare e poi di depositare direttamente in edicola il frutto delle proprie spiate, farebbe bene a stare un po’ “schiscio” (come si dice qui al nord), sotto tono insomma, perché non è aria, di questi tempi. Perché ormai sono in tanti ad aver capito, come ha scritto, con la solita magistrale intuizione, Mattia Feltri sulla Stampa, che le toghe sono solo uomini e donne come noi, «soltanto più superbi, e da un certo punto in poi determinati a scrivere la storia d’Italia. L’ultimo capitolo è quello venuto meglio». Appunto, il capitolo più recente.

Che non riguarda solo la persona di Berlusconi, ma la situazione in cui le due notizie che lo riguardano – la sentenza civile che di fatto ha sconfessato quella penale, e il “pentimento del giudice relatore Amedeo Franco – sono piombate come il cacio sui maccheroni. I maccheroni sono la profonda crisi della magistratura italiana, crisi di credibilità, prima di tutto, perché gli incontri, le chat, gli intrallazzi e le congiure di Palazzo tra magistrati e tra toghe e politici rivelati dal trojan di Luca Palamara, hanno solo confermato la debole consistenza umana di una casta che, dopo aver peccato di superbia, è rotolata a terra come fosse fatta di gente normale. E a noi normali non piace esser indagati e giudicati da persone che hanno i nostri stessi difetti. E oggi dai due paginoni del Corriere (ma dopo il preveggente Galli della Loggia aspettiamo altro autorevole commento) fino gli editoriali di Alessandro Sallusti, Vittorio Feltri e Pietro Senaldi, si annusa qualcosa nell’aria.

Non so, è un clima già sentito, che ricorda altre cose, altre persone, altra epoca. Millenovecentoottantasette, per esempio, i referendum sulla giustizia del Partito Radicale, la responsabilità civile dei magistrati. Quel risultato che fece saltare il tappo alla bottiglia dopo che Enzo Tortora, arrestato, messo alla gogna, poi eletto al Parlamento europeo, poi condannato, era infine stato assolto, solo perché aveva trovato un giudice “curioso”. Un magistrato cui non tornavano i conti di 17 pentiti che concordavano le versioni (non da soli) per accusare un galantuomo di essere un “mercante di morte”, cioè una sorta di narcotrafficante casereccio. Naturalmente nessuno vuol paragonare le due persone, Berlusconi e Tortora, diversissimi per storia e anima. Uno ci ha perso la vita, sull’ingiustizia subita, ed è morto un anno dopo quel referendum. Ma simile ad allora è il momento. Tragico. Perché un Paese che vede messa a terra dalla vergogna e dall’incapacità di rialzarsi la propria magistratura, non è un Paese felice. Ma è un Paese che potrebbe ripartire proprio da un nuovo referendum sulla responsabilità civile dei magistrati.

Perché non provarci? Ma dovrebbe essere lo stesso giudice Antonio Esposito, che fu Presidente di quella sezione feriale della cassazione che giudicò frettolosamente Berlusconi con uno schieramento che il suo collega giudice relatore ha definito un “plotone d’esecuzione”, ad avere a cuore la propria reputazione. E quella della sua categoria. E invece di continuare a coltivare cause civili milionarie contro i giornalisti, come quella che ha già perso contro il Mattino di Napoli, potrebbe provare a coltivare il dubbio. Come potrebbe avergli insegnato un suo illustre (e ben diverso) ex collega come Corrado Carnevale. Invece preferisce farsi intervistare, con un piccolo conflitto d’interessi, dal quotidiano di cui è editorialista, per stillare goccia a goccia arsenico e vecchi merletti.

Potrebbe aiutarci, il dottor Esposito, a fare un po’ di rassegna stampa, per verificare se qualche notizia, che a noi pare inedita, non faccia invece parte del suo vecchio album di famiglia. Prendiamo il Giornale, per esempio, e il racconto di Luca Fazzo, da cui emergono almeno due notizie. La prima è che il Presidente della Cassazione dell’epoca, Giorgio Santacroce, era stato aiutato a raggiungere quell’importante carica da Gianni Letta, plenipotenziario di Silvio Berlusconi. Così dice il giudice Amedeo Franco. E come non credergli? Era il sistema, direbbe Palamara. La seconda notizia è che, quando l’avvocato di Berlusconi, Franco Coppi andò da Santacroce con lo stesso Letta a chiedere spiegazione dell’improvvisa accelerazione del processo al suo assistito, il presidente della cassazione si fece trovare in compagnia di Franco Ippolito, segretario di Magistratura Democratica. Aveva cercato quella copertura politica che dovrebbe esser spunto di riflessione persino per il dottor Esposito. Così come il ruolo svolto (o non svolto) dal presidente Giorgio Napolitano, soprattutto se è vero (ma crediamo di sì, vista la fonte, cioè il giornalista retroscenista Augusto Minzolini) che aveva accettato di concedere la grazia a Silvio Berlusconi in cambio della sua cancellazione definitiva dalla vita politica. Uno schiaffo non da poco. E anche un bel cinismo, se non dimentichiamo, come ci ricorda Fausto Carioti su Libero, che era stato proprio Napolitano a mettere Mario Monti, dopo riunioni più o meno segrete con vari personaggi, al posto di Berlusconi a Palazzo Chigi.

Sempre scorrendo le tante pagine dei quotidiani di ieri, vediamo che sono stati impegnati i cronisti più esperti. Che parlano senza mezzi termini della rivincita di Berlusconi e della “botta” per la magistratura, come scrive Maurizio Tortorella su La Verità. Ma la botta bisogna anche farla ingoiare, ed è dura, quando si è costretti, come capita a certi divulgatori di Repubblica o del Fatto, non solo a rivalutare la persona di Berlusconi e a mostrarla come vittima, ma anche a raccontarlo ai propri lettori dalla prima pagina del proprio quotidiano. E allora, se non si può proprio rispolverare fruste espressioni come “il caimano” o il “cavaliere nero”, si può sempre provare a bastonare qualcun altro.

Chi meglio del (defunto) giudice Amedeo Franco, magari andando a rispolverare tre vecchi cronisti giudiziari di Milano che ancora credono di essere ai bei tempi di Borrelli? Eccoli lì, Paolo Colonnello sulla Stampa e Piero Colaprico su Repubblica, a fare le pulci al giudice che non c’è più, per un piccolo inciampo dei suoi ultimi giorni di vita. E dobbiamo proprio commentare il solito Gianni Barbacetto che sul quotidiano dove scrive anche Antonio Esposito esordisce con “immaginatevi un giudice che andasse a casa di un suo imputato potente (non dico Totò Riina, anche un condannato, per dire, di frode fiscale)…”? Non dice, ma intanto paragona Berlusconi a un capo mafia. Ma l’eleganza, si sa, è un po’ come il coraggio di don Abbondio, se uno non ce l’ha…. Consoliamoci con i vecchi titoli dell’epoca di un grande direttore, Giuliano Ferrara, che sul Foglio scriveva, e ce lo ha ricordato, con le maiuscole: ACCANIMENTO AD PERSONAM E VILTA’ DI UNA SENTENZA. Rivista da oggi, “viltà” ci pare proprio la parola giusta.