La vita dopo il carcere esiste? Certo, ma è pieno di insidie burocratiche e all’insegna del pregiudizio. A raccontarlo in una lettera a Sbarre di Zucchero è un ex detenuto che invoca il diritto di chi ha sbagliato e ha pagato a ricominciare. Racconta di quella terribile etichetta “ex detenuto” che chi entra i carcere poi si porta addosso per sempre. Come se la possibilità del cambiamento non fosse minimamente presa in considerazione. “Quindi io sono un ex detenuto e lo sarò per sempre. Anche se ho scontato una condanna a 24 anni, anche se chiederò una riabilitazione. Dall’etichetta non ti liberi, neanche se vuoi, perché è un’etichetta che ti resta impressa addosso, indelebile”, scrive. Riportiamo qui di seguito le sue parole.

In verità è poi questo in sostanza e o poche parole quello che succede. Un detenuto viene giudicato per tre gradi di giudizio, condannato da un giudice. Ricondannato dalle inevitabili opinioni di educatori e personale polizia penitenziaria, e anche quando hai scontato la tua pena il mood o lo status resta quello di “exdetenuto”. Quindi io sono un ex detenuto e lo sarò per sempre. Anche se ho scontato una condanna a 24 anni, anche se chiederò una riabilitazione. Dall’etichetta non ti liberi, neanche se vuoi, perché è un’etichetta che ti resta impressa addosso, indelebile. Il reinserimento lavorativo avviene sempre tramite cooperative sociali che nell’80% speculano sullo stato di detenuto pensando all’italiana “manovalanza tanta”, costo zero. Infondo tu hai bisogno di uscire, quindi a prescindere ti fai andare bene tutto.

Poi se per caso chiedi un diritto, diventi presuntuoso e poco credibile perché l’etichetta abbaglia come un evidenziatore. Se vuoi migliorarti, perché davvero una volta fuori da quei cancelli con la forza e il coraggio necessari, hai avuto modo di rifarti una vita, la burocrazia non ti aiuta. E in merito a questo vi racconto una storia. M. per una condanna lunga, esce prima in art. 21 esterno, segue semilibertà e affidamento in prova ai servizi sociali. Cammino extra murario impeccabile. In art. 21 prende anche la patente, che usa per lavorare e per condurre una vita sufficientemente normale. Nel 2018 durante la semilibertà, la coop. chiede a M. di prendere la patente C. Questo potrebbe migliorare la sua posizione lavorativa in termini anche economici. Ma M. non può perché a dire della procura, avendo in sentenza delle misure di prevenzione e sicurezza queste fungono da motivo per un diniego.

Ma guida M. Può guidare la macchina ma non il camion. Estinte le misure la procura risponde che M. non può ancora prendere la patente C perché è necessaria la riabilitazione. M. continua a guidare la macchina ma non il camion. Sembra un paradosso, ma è una delle tante realtà con cui un ex detenuto si scontra. Non è solo il pre-giudizio, non è solo il giudizio quasi sempre gratuito, a questo è necessario aggiungere la burocrazia, l’ostatività di tutto quello che si scontra con quello che oggettivamente è la realtà. Il messaggio che passa è: hai sbagliato, tu sei quello che ha sbagliato, e più di la non puoi andare, più di tot. non puoi fare.

E si innescano tutti quei meccanismi umani, di pensieri sociali come: è giusto così, non se lo merita, ha sbagliato, lasciamolo sbattere tanto chi se ne frega, i suoi diritti sono di certo inferiori ai miei. Mi piacerebbe che un giorno lo status di ex detenuto venisse sostituito da quello di semplice e normale essere umano. Che poi tra l’altro M. come tanti altri, ha scontato la sua pena. Ha o no diritto di ricominciare? Forse è questa la domanda che bisognerebbe porsi. Una volta posta questa domanda alle nostre coscienze, forse le risposte negli atteggiamenti, nei modus operandi della burocrazia e nella realtà di tutti i giorni sarebbero diverse da quelle che troviamo oggi.

a cura di Rossella Grasso

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