Il record mondiale resiste dal 1957 e lo detiene il senatore repubblicano Strom Thurmond: parlò per 24 ore e 18 minuti filati. Insuperato. In Italia lo tallona il campione nazionale Marco Boato, allora radicale. Era il 5 febbraio 1981, si discuteva il rinnovo del fermo di polizia e Boato parlò per 18 ore e 5 minuti. Va ricordato a suo merito che un paio di giorni prima si era già prodotto in una performance brillante: un intervento di 16 ore superato però il giorno seguente dal collega radicale Massimo Teodori con un discorso di 16 ore e 21minuti.

L’ostruzionismo, prima che i regolamenti parlamentari lo abbattessero costringendo il filibustering italiano a una estenuante tattica basata sulle continue richieste di verifica del numero legale e a richiami al regolamento ripetuti all’infinito, era una cosa seria. Ci voleva studio: tanto che gli ostruzionisti si preparavano per ore in biblioteca, e ci voleva il fisico. Non si poteva leggere ma era d’obbligo andare a braccio. Non ci si poteva abbandonare a digressioni troppo clamorose: bisognava restare in argomento. Bisognava restare in piedi senza appoggiarsi, rivolgendosi al presidente della Camera. Nel corso della prodezza di Boato il presidente di turno Preti si fece portare un binocolo per controllare che il radicale non facesse il furbo sfiorando il banco con le mani per non crollare. Ci si poteva sostentare solo con bicchieri d’acqua, se proprio necessario zuccherata. Quando Boato chiese almeno un cappuccino Preti negò tanto lusso.

Poi naturalmente c’erano le esigenze fisiologiche. Di interrompere per una capatina alla toilette ovviamente non se ne parlava proprio. Per un galiardo trentasettenne quale era allora Marco Boato poteva trattarsi di un problema limitato ma la media dei parlamentari, all’epoca, era ben più avanti con gli anni e il problema sussisteva eccome. Sempre nel corso di quella maratona Franco Roccella, altro radicale, si fece applicare un catetere temendo di perdere il controllo. Il capo del Msi, altro partito che nella prima Repubblica ricorreva all’ostruzionismo spesso e volentieri, Giorgio Almirante aveva invece affrontato qualche anno prima la prova senza aiutarsi con mezzi tecnici di sorta. Già ultrasessantenne aveva parlato per dieci ore, nel corso del dibattito sugli ordinamenti regionali, meritandosi il soprannome “Vescica di ferro”.

La prodezza dei radicali fu il canto del cigno dell’ostruzionismo italiano. Subito dopo la presidente della Camera Nilde Iotti modificò il regolamento fissando a 45 minuti il tetto degli interventi. Una decisione apparentemente incomprensibile dato che proprio il partito della Iotti, il Pci, era stato quello che nei primi decenni della Repubblica aveva adoperato più spesso e con maggior determinazione l’ostruzionismo. Ma i tempi erano cambiati e l’esperienza della solidarietà nazionale non era trascorsa invano. Del resto ad adoperare, se del caso, il filibustering erano stati un po’ tutti. Inclusa la Dc, quando nel 1974 si votava la legge sul divorzio. Il capogruppo Giulio Andreotti si vantò in seguito di aver ritardato la marcia della legge di ben sei mesi. A fare le spese della regolamentazione autoritaria firmata Iotti, peraltro, fu lo stesso Pci. Quando, poco dopo, decise di tornare per un fuggevole attimo all’ostruzionismo l’ordine recapitato ai parlamentari fu non solo di usare tutto il tempo a disposizione ma anche di applaudire quanto più a lungo possibile, fino a spellarsi le manine e non in senso metaforico.

La morte dell’ostruzionismo decretata, negli anni ‘80, metteva fine in Italia a una pratica che era stata invece diffusa e, nonostante le apparenze, più che meritoria. Il filiustering nasce nel mondo anglo-sassone come metodo riconosciuto e legittimo di condurre la battaglia parlamentare, approda negli Usa nel 1841 e in Italia nel 1899, quando il Psi si oppose alla legge sull’ordine pubblico del governo Pelloux con ogni mezzo, incluse la presentazione di emendamenti e odg a raffica e la richiesta fissa di votazioni per appello nominale. Tutti mezzi rimasti legittimi, a differenza dei discorsi fiume, fino al 1997, quando i nuovi regolamenti parlamentari hanno introdotto la possibilità di accorpare gli emendamenti e di fissare un tempo per gli interventi inferiore ai 45 minuti. Anche in quell’occasione la via d’uscita fu una modifica del regolamento imposta dal presidente della Camera Giuseppe Colombo, in base alla quale il governo poteva decidere quando far votare una legge a prescindere da quanti emendamenti fossero già stati votati.

Nell’Italia repubblicana il primo caso di ostruzionismo arrivò già nel 1949, con il trattato di adesione alla Nato. «Si andò avanti tre giorni e tre notti», ricordava Andreotti: «Però l’ostruzionismo comunista, più che sulla logorrea, puntava sulle intemperanze per far sospendere la seduta. Ai comuni i deputati britannici solevano leggere la Bibbia. A Montecitorio volavano insulti, talora banchi». In realtà volavano sia discorsi fiume che corpi contundenti. Tra i comunisti Giancarlo Pajetta brillava sia nell’oratoria fluviale che nel ricorso alle mazzate. Vincenzo La Rocca non scomodava i testi sacri ma il teatro napoletano, che conosceva a menadito, sì, con citazioni a valanga e molto estese. Non mancavano le botte. In un altro caso storico di ostruzionismo del Pci, in occasione del dibattito sulla legge elettorale con robusto premio di maggioranza ribattezzata “legge-truffa”, nel 1953, il lancio prese di mira il presidente del Senato Paratore, che alla fine gettò la spugna (anche perché contrario alla decisione del governo di porre la fiducia su una legge elettorale) prima di abbattere il suo successore, Meuccio Ruini, presidente per una sola seduta, però indimenticabile per la quantità di botte che volarono in aula.

A prima vista la decisione di eliminare l’ostruzionismo, limitandolo all’attuale battaglia in punta di fioretto sui regolamenti e sul numero legale, pare sacrosanta, essendo in discussione il funzionamento stesso delle Camere. Le cose sono meno semplici. L’ostruzionismo, come del resto gli stessi scontri diretti frequenti nella prima fase della Repubblica parlamentare, implicavano un impegno totale. Richiedevano uno sforzo anche fisico notevole, obbligavano a prendere sul serio il proprio ruolo.

Nel citato esempio dell’ “ostruzionismo con applauso” del Pci negli anni ‘70 i deputati che non ce l’avevano fatta a parlare per tutti i 45 minuti loro concessi dal nuovo regolamento furono oggetto di critiche e severe rampogne (anche se a Berlinguer, che pure aveva parlato solo 20 minuti ma era il segretario furono evitate le reprimende). Quelle modalità estreme esaltavano e non mortificavano la funzione del Parlamento. Le camere, bon ton di facciata a parte, sono ben più umiliate dall’attuale abitudine di varare le leggi per decreto e con voto di fiducia, la modalità principale tramite la quale si è realizzato negli ultimi decenni lo scippo del potere legislativo e il suo trasferimento dal Parlamento al Governo. Probabilmente non è un caso che quella deriva inizi proprio con la scelta di impedire per regolamento la pratica filibustiera ma vitale e appassionata dell’ostruzionismo.