Così non si denuncia e il sistema va avanti
Strage di Amendolara, braccianti bruciati vivi per cinque euro. La legge c’è ma è inapplicata, l’Italia è “sconvolta” in attesa del prossimo furgone
Il primo giugno, ad Amendolara, quattro uomini sono morti arsi vivi dentro un furgone. Avevano meno di trent’anni. Uno non ne aveva ancora compiuti venti. Raccoglievano fragole. Il movente, stando alla ricostruzione del superstite, sarebbero stati cinque euro al giorno – il costo del trasporto verso i campi che non volevano più pagare. Cinque euro. Questa è la misura di una vita umana, in certi angoli d’Italia nel 2026.
L’unico sopravvissuto, Mohammad Taj Alamyar, ha raccontato tutto davanti alle telecamere della Rai, coperto di bende: i caporali pakistani che minacciavano con coltelli e pistole, i soldi mai pagati, il cibo e la casa sì – ma i soldi no. Quarantacinque euro al giorno promessi, poi spariti. Cinque euro per il trasporto pretesi lo stesso. Quando i braccianti hanno detto no, qualcuno ha preso una tanica di benzina. Fin qui, la cronaca. Ma la cronaca non basta.
Le legge inapplicata
Perché in Italia esiste una legge contro il caporalato. Esiste dal 2016, la legge 199 voluta dal governo Renzi, considerata all’avanguardia in Europa. Prevede pene più severe, la responsabilità estesa al datore di lavoro – non solo al caporale – e persino il commissariamento delle aziende coinvolte. Sulla carta, è una buona legge. Nella realtà, è rimasta sostanzialmente inapplicata.
Secondo l’osservatorio Placido Rizzotto della Cgil, in Italia vengono sfruttati circa 230mila braccianti – uno su quattro. In Calabria, Puglia, Sicilia, Campania e Lazio, oltre il 40 per cento dei lavoratori agricoli ha un contratto irregolare o non ce l’ha affatto. Non è un’emergenza.
Così non si denuncia e il sistema va avanti
È un sistema che regge perché conviene: agli imprenditori che risparmiano, ai caporali che trattengono, a una filiera che non ne vuole sapere. La legge prevede anche la protezione per chi denuncia: permesso di soggiorno, tutela. Ma i tempi burocratici sono lunghi, e nel frattempo il migrante resta senza lavoro, senza casa, senza soldi – esposto esattamente alla vendetta di chi ha appena denunciato. Così non si denuncia. Così il sistema va avanti.
E va avanti al punto che, come emerge dalle indagini sulla strage di Amendolara, la criminalità organizzata italiana ha stretto accordi con le mafie straniere degli stessi Paesi da cui arrivano i lavoratori sfruttati. Un’architettura del controllo totale: ti portano in Italia, ti trovano i documenti, ti danno la casa, ti portano al lavoro. E poi ti tengono in pugno.
L’Italia arretra in attesa della prossima strage
Ad ottobre scorso, nella stessa zona, erano morti altri quattro braccianti. Indiani, stavolta. Anche loro andavano a raccogliere fragole. Anche su quell’episodio sono state aperte indagini.
Il ciclo continua. Giorgia Meloni ha scritto su X che “l’Italia non arretra davanti alla violenza e alla barbarie”. Parole giuste. Ma l’Italia arretra, eccome, quando si tratta di applicare le leggi che già esistono, di finanziare i controlli, di proteggere davvero chi denuncia, di chiedere conto all’intera filiera – non solo al caporale di turno.
Quattro bare. Quattro nomi. Una legge che c’è e non funziona. E un Paese che ogni volta si dice sconvolto, e poi aspetta il prossimo furgone in fiamme.
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