Uno shock per chi è sopravvissuto, ma anche per chi è volato sulla Marmolada per prestare soccorso. I racconti di chi ha assistito alla strage provocata dal crollo di un seracco, avvenuto nel pomeriggio di domenica 3 luglio, sono impressionanti.

Che strazio quei cadaveri tra i blocchi di ghiaccio. In tanti anni mai vista una cosa del genere”, dice uno degli uomini del Soccorso Alpino, tra i primi a prestare soccorso sulla montagna, nei pressi dell’ultimo rifugio di Punta Rocca, 3.500 metri, al confine tra Veneto e Trentino Alto Adige.

Lì una valanga di neve, ghiaccio e roccia, alta circa 50 metri e larga 200, ha travolto un numero ancora imprecisato di persone, due cordate di alpinisti: il mare di ghiaccio e detriti da quota 3.200 è arrivato a circa 1.800 metri, al momento il bilancio ufficiale è di sei vittime, 8 feriti e almeno 17 dispersi. Quattro sono stati già identificati: sono 3 cittadini italiani ed un ceco. Restano da identificare un uomo e una donna. Fra i dispersi ci sono italiani, tedeschi, cechi e forse anche cittadini rumeni.

I corpi delle vittime si trovano all’interno del palazzo del ghiaccio “Gianmario Scola” di Alba di Canazei dove è stata allestita la camera ardente per le salme delle vittime della tragedia di ieri. Nel frattempo, nel centro della Val di Fassa sono arrivati i parenti delle vittime e altri stanno arrivando in queste ore.

A raccontare al Corriere della Sera i momenti disperati dopo la tragedia è un uomo del Soccorso alpino: “Comunque è molto difficile che ci siano dei sopravvissuti. Dal sopralluogo fatto in elicottero abbiamo visto che è venuta giù una massa larga 200 metri ed alta 80. Un mare di ghiaccio e detriti che da quota 3.200 è arrivato a circa 1.800 metri. Sono rimaste ferite le persone che erano ai margini di questa marea e sono state investite dai detriti o dallo spostamento”.

Non solo vittime e dispersi. C’è anche chi dalla tragedia sulla Marmolada è riuscito a salvarsi per un soffio. È il caso di Stefano Del Moro, ingegnere di Borso del Grappa, che si trovava lì insieme alla compagna israeliana. “Siamo dei miracolati – racconta al Corriere -. Eravamo poco più in alto rispetto al punto in cui ci sono state le vittime. C’è stato un rumore sordo, poi è venuto giù quel mare di ghiaccio. In questi casi è inutile scappare, puoi solo pregare che non venga dalla tua parte. Ci siamo abbracciati forte e siamo rimasti accucciati mentre la massa di ghiaccio ci passava davanti”, le parole al quotidiano.

A Repubblica è affidato invece la testimonianza di Elisa Dalvit, trentina di Grumes: “Siamo saliti in quattro dalla ferrata della cresta ovest, ma un quinto ha preferito l’ascensione dalla via normale, facendo la ferratina. È arrivato dopo di noi, ci siamo fermati in vetta ad aspettarlo. Questo “è stato la nostra salvezza. Altrimenti ora saremmo tutti là sotto…”.

Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.