“Il signore sì che se n’intende”, recitava un famoso refrain pubblicitario del mitico Carosello. E non vi è dubbio che di vita parlamentare Paolo Cirino Pomicino se ne intende, e tanto. Per averla “frequentata” da protagonista in varie epoche della storia repubblicana. Entra in politica con la Democrazia Cristiana di cui diventerà un esponente di primo piano, componente della direzione e del consiglio nazionale. Dopo essere stato negli anni ’70 consigliere e assessore del Comune di Napoli entra alla Camera, (eletto nel 1976, 1979, 1983, 1987 e 1992), diventa presidente della commissione Bilancio della Camera tra il 1983 e il 1987, quindi ministro della Funzione pubblica del governo De Mita (1988-1989) e ministro del Bilancio e della programmazione economica del governo Andreotti VI (1989-1992). Alle elezioni legislative del 2006, viene eletto alla Camera nella lista formata dalla DC insieme al Nuovo Psi. Abbandona il ruolo di parlamentare europeo per tornare alla politica nazionale e assume la presidenza del gruppo parlamentare DC-PSI alla Camera. E da uno che se n’intende, il valore di questo pronunciamento assume un significato ancora più probante: «Ma quale efficienza, questo referendum è un attacco alla democrazia rappresentativa. Da qui il mio ‘No’. Perché il Parlamento è come la salute, lo si apprezza quando non c’è più».

Qual è la vera posta politica nel referendum sul taglio dei parlamentari?
Questi giovanotti senza arte né parte che sono al Governo, parlano della efficienza: minore è il numero dei parlamentari più grande è l’efficienza delle Camere. Ma non c’entra nulla, perché l’efficienza delle Camere è disciplinata dai regolamenti ed essi possono essere modificati non dalla legge ma da una decisione della stessa Camera attraverso una procedura certamente molto più rapida dell’approvazione di una legge. Nel 2006, in qualità di capogruppo della Dc-Psi, presentai una proposta di modifica del regolamento all’assemblea dei capigruppo, ma tutti si dichiararono contrari, in particolare Forza Italia e Ds.

Quale era questa proposta?
Avere come norma, nel discutere di una legge, che le commissioni lavorassero in sede redigente, e cioè che la commissione decide e vota il testo e l’aula è chiamata soltanto a fare le dichiarazioni di voto e a dire sì o no, e questo perché l’aula di fatto è ristretta nella stessa commissione. Non è la sede legislativa, che significa che la commissione approva una legge e l’aula non la vede neanche. La normale attività del Parlamento si svolge attraverso la cosiddetta sede referente. Quella attualmente in vigore, fa sì che la commissione prepara un testo e poi lo manda in aula. E in aula si ripresentano gli stessi emendamenti che si sono presentati nelle commissioni e si discute emendamento per emendamento, articolo per articolo, con una lungaggine che non tutte le leggi meritano. Posso capire la legge finanziaria, ma tutte le altre posso essere tranquillamente essere invece in sede redigente. Sarebbe la cosa più semplice e recupererebbe in efficienza di gran lunga quello che può essere fatto all’interno dell’attuale numero. Il numero dei deputati e dei senatori non incide assolutamente sull’efficienza, perché se la sede referente resta anche con 400, ci sarebbe sempre lo stesso ragionamento: tutto va in aula, dove si discute ogni singolo articolo ed emendamento, e non si modifica nulla. E questa, l’efficienza, è la prima balla che i sostenitori del “sì” dicono. Ma poi ce ne sono altre…

Quali?
Quella di un abnorme rapporto numerico eletto-elettore. Oggi nelle grandi democrazie parlamentari – mi riferisco alla Germania, alla Gran Bretagna, alla Francia, alla Spagna e a noi – è tra 1-90, un deputato ogni novanta elettori, e 1-116: il range che attualmente hanno le democrazie sono questi ventimila elettori di differenza. Noi attualmente siamo 1-90, la Spagna 1-85, e poi Gran Bretagna, Germania e Francia. Parlo della Camera bassa, perché il Senato non si può paragonare in quanto ognuno di questi Paesi ha un meccanismo diverso. Con la modifica, noi passiamo da 1-90 a 1-51! In termini di rappresentanza saremmo l’ultimo dei Paesi europei. A questo si aggiunge che alcuni territori rischiano di rimanere privi di una rappresentanza parlamentare. Non si capisce perché il Parlamento abbia approvato questo “capolavoro” di negatività. Ma dietro questa riduzione di parlamentari c’è una ratio politica..

E in cosa consiste?
Nell’anomalia, che solo l’Italia ha, di un partito che si chiama 5Stelle. Quest’anomalia è figlia di un visionario, Gianroberto Casaleggio, e di un comico, Beppe Grillo, che hanno immaginato che una società moderna potesse essere guidata dalla democrazia diretta, che loro simulano con la cosiddetta Piattaforma Rousseau, una cosa che sta tra il tragico e il comico, priva di trasparenza, trentamila persone che votano… Controluce, l’attacco è alla democrazia rappresentativa. Non a caso, i 5Stelle che hanno sostenuto e sostengono a spada tratta la riduzione dei parlamentari, sono gli stessi che chiedono a voce alta che si imponga ai parlamentari il vincolo di mandato, per cui il parlamentare non ha più la libertà né del giudizio né del voto. La storia insegna che prima si comincia a togliere la libertà ai parlamentari e poi la si toglie al Paese, naturalmente con le forme che il contesto storico consente, perché lo si può fare, come lo sta facendo da oltre un anno e mezzo, sia il governo gialloverde che quello giallorosso, facendo decreti a iosa. Io ho istruito per dieci anni la legge finanziaria e non ho mai fatto approvare una legge finanziaria col voto di fiducia, mai. Da dieci anni a questa parte, le finanziarie sono state approvate con il maxi emendamento finale e con il voto di fiducia. Il vero significato di questo referendum è l’attacco alla democrazia rappresentativa, nel modo sciatto in cui un partito raffazzonato può farlo, perché non c’è neanche la dignità di una teoria che supporti questa bislacca, e pericolosa, idea di democrazia diretta. Dinanzi a questo, non solo bisogna votare “No”, ma voglio dire a chi si domanda cosa fare, che si deve ricordare che il Parlamento va sempre difeso nella sua completezza, anche se poi certi parlamentari spingono ad avere atteggiamenti e giudizi molto sommari per la bassa qualità che, in particolare da 10-15 anni a questa parte, è presente nel Parlamento. Il Parlamento va difeso perché è come la salute, lo si apprezza quando non c’è più. La libertà e l’intangibilità del numero dei parlamentari sono punti essenziali da difendere, una trincea di democrazia da presidiare, cercando di migliorare la qualità dei parlamentari, ma quest’ultima cosa con il referendum c’entra come i cavoli a merenda.

Lei ha parlato della ratio dei 5Stelle, quella, per usare le sue parole, di un partito raffazzonato. Ma il Partito Democratico, per genesi e tradizione, raffazzonato non è. E allora come spiega il suo sì, in Parlamento, al taglio?
Questo è davvero il punto nevralgico, che getta un’ombra lunga sul sistema politico italiano. Ricordo un episodio antico: nel 1976, all’indomani delle elezioni politiche, nessuno più voleva governare con la Democrazia Cristiana, ma tutti volevano che la DC governasse da sola. E questo perché tutti sapevano che la garanzia repubblicana la DC la difendeva in maniera totale nell’interesse di tutti. Questo ruolo oggi lo dovrebbe svolgere il Partito Democratico, ma il PD è un partito privo di identità e di culture. Hanno tentato di mettere insieme due culture diverse che si sono elise entrambe, non ne è venuta fuori un’altra. Il PD è poco più che un comitato elettorale e se oggi lei domanda a uno dei dirigenti del Partito Democratico lui chi è, risponde sono un democratico, termine che in Europa non ha alcun valore politico, come invece ce l’ha negli Stati Uniti. Abbiamo un partito che dovrebbe sostituire quello che era la DC, come asse portante dell’intero sistema politico, che non sa cosa è, e non sapendo chi sono non sanno neanche dove andare. Per cui avendo votato a naso contro la riduzione dei parlamentari poi l’hanno contrabbandata per fare il governo Conte II, cioè un Governo guidato da una persona che in quel momento passava per strada e che siccome era conosciuto da uno dei contraenti, è stato fatto presidente del Consiglio. Da venticinque anni il Paese non cresce, la povertà è raddoppiata, le disuguaglianze sono cresciute, il 20% degli italiani ha il 72% della ricchezza nazionale. È questo il Paese per il quale i partiti, tutti, nella prima Repubblica si sono impegnati? Non c’è nessuno che abbia ereditato il senso dello Stato e il senso della stabilità della prima Repubblica. È vero, allora avevamo diversi governi che si succedevano ma la stabilità politica era garantita. Negli ultimi ventotto anni, peraltro, il numero dei governi è pari se non superiore, al numero dei governi che c’erano nella prima Repubblica: 28 anni e 16 governi, una media di durata di 1,2, 1,3 anni per ogni governo. Nessuno riesce più a svolgere quel ruolo di garanzia, perché i partiti sono, dal punto di vista della loro cultura politica, dei contenitori vuoti, acefali, fuori dal contesto europeo.

In che senso?
Tutte le culture politiche che oggi governano i Paesi membri dell’Unione in Italia non esistono più. Non esiste più né un partito democristiano, né un partito socialista, né un partito verde, né un partito liberale, cioè le quattro culture politiche che governano gli Stati dell’Europa. La domanda è: abbiamo noi preso il santo gral per governare un Paese o siamo una anomalia?

Tra i sostenitori del “Sì” vi sono sinceri democratici ed esimi costituzionalisti come Valerio Onida, che certo non può essere annoverato tra i fan dei pentastellati.
Senza mancare di rispetto a nessuno, tutti i professori di tutte le materie sostengono una cosa e il contrario di essa. Il dato vero è che la politica è una competenza trasversale, che ascolta i tecnici ma poi fa un ragionamento complessivo guardando costi e benefici, i diritti e i doveri, lo sviluppo e le disuguaglianze, guardando cioè cose che spesso sfuggono ai professori, ma questo vale anche per gli avvocati, i medici, i virologi. La politica è sintesi, altrimenti non è. Onida, in sostanza dice che questo taglio non fa male, ma in cultura medica vale il primum non nocere, la prima cosa è non nuocere all’ammalato. Nel caso specifico, se non serve a niente, allora di che parliamo? Lo stesso Onida non testimonia quale sia il valore positivo che emerge dalla riduzione, se non che non fa male e che forse riduce l’inefficienza. D’altro canto, il professor Onida non conosce direttamente, non essendo mai stato parlamentare, la vita parlamentare e le difficoltà del processo legislativo. Vi sono peraltro duecento costituzionalisti che hanno espresso pubblicamente le ragioni del loro “No”, ma non li tiro per la giacca, perché io faccio un ragionamento politico sulla base dei fatti. E i fatti mi fanno dire “No” a questo pasticciaccio brutto referendario.