I numeri della giustizia amministrativa in Campania come in tutto il Paese fotografano una realtà che funziona più speditamente di ogni altro settore del mondo giudiziario. Il calo delle pendenze è stato notevole nell’ultimo anno e si sono ridotti anche i tempi medi di definizione dei ricorsi che in materia di appalti si attestano in genere attorno ai 150 giorni e nel 26% dei casi, attraverso l’uso delle sentenze in forma semplificata, si è arrivati a una definizione in appello in 69 giorni. «Siamo di fronte a un processo funzionante non solo perché è telematico ma anche perché è snello», spiega Gia Serlenga, presidente dell’Associazione nazionale magistrati amministrativi.

La giustizia amministrativa è stata pioniera nel processo telematico, già dal 2017 si è partiti con la materializzazione del processo. «È chiaro che la sacralità dell’udienza in presenza non è assolutamente sostituibile, ma siamo in emergenza e dobbiamo reagire», afferma, sottolineando come durante l’anno di pandemia, mentre tutto rallentava, la giustizia amministrativa sia riuscita a non fermarsi. Per questo i magistrati amministrativi si sono tenuti fuori dalla polemica sui vaccini: «L’Anm ha agito troppo di pancia, anche se il rischio contagi esiste anche per la nostra categoria». «Abbiamo dato una forte accelerazione alla materia di rilevanza economica, gli appalti – prosegue Serlenga a proposito dell’andamento della giustizia amministrativa – Potenziando gli organici si potrebbero garantire le stesse performance anche per materie considerate di serie B ma che di fatto incidono su diritti fondamentali come l’immigrazione, l’assegnazione di case popolari, l’urbanistica». Per il prossimo futuro ci si prepara a un boom di contenziosi davanti ai tribunali amministrativi.

«Nel 2020 si è registrato un calo medio del 20%, il 2021 è già iniziato in modo diverso. Del resto tutte le crisi portano a un boom, facendo ripartire gli investimenti pubblici si attiverà anche la giustizia amministrativa che è il controllore del potere pubblico». Serve però arrivare preparati al futuro. «È sconcertante il modo attuale di procedere sulla base della pressioni dei singoli gruppi di interesse e senza mai avere uno sguardo all’orizzonte, con totale assenza di progettualità – osserva la presidente Serlenga – Non è più possibile che la mano destra non sappia cosa fa la sinistra. Ai controlli non si può rinunciare, ma non si può nemmeno andare avanti così, con norme scritte male, confusionarie, incomprensibili. Un funzionario pubblico deve poter leggere una norma e capirla. Quindi cominciamo dalla tecnica legislativa, ma avendo le idee chiare altrimenti non ne usciamo». Il nodo sono dunque le norme, troppe e poco chiare. «Sicuramente il codice degli appalti andrebbe rivisto nel senso della semplificazione. Inutile fare i furbi inserendo norme con molti commi». Sburocratizzare è la parole chiave.

«Abbiamo avuto la legge sugli appalti del 1865 che con pochissime norme ha funzionato, più o meno bene, esattamente fino agli anni ’90 passando indenne a scoperte epocali. Dalla legge Merloni in poi abbiamo assistito a normative riviste un mese dopo l’altro. L’insegnamento da trarre dalla storia è che non è la quantità di norme che può preservarci dal fenomeno corruttivo. Questo è stato l’errore nel quale si è caduti anche con l’Autorità anticorruzione – sostiene la presidente dell’Anma – Addirittura qualche anno si parlò di sottrarre al Tar la competenza per darla all’Anticorruzione perché l’ottica era che la battaglia fosse quella, appesantire. In realtà servirebbero poche norme, e buone, per disciplinare gli appalti e – aggiunge – va ridisciplinato il profilo della responsabilità di chi opera, quindi dei funzionari. Certo non si può pretendere da un’amministrazione un grande passo in avanti se non si danno all’amministrazione le risorse per compierlo questo passo. Guardiamo alle realtà territoriali che non hanno risorse per fare il salto.  Se nel futuro non si riuscirà a sburocratizzare le procedure non avremo mai investimenti». Per il Sud sarebbe una condanna senza appello.