Le indiscrezioni si moltiplicano
Totonomine su Eni e Leonardo, rinviato il faccia a faccia tra Marina Berlusconi e Tajani
Il capogruppo azzurro alla Camera, Paolo Barelli, farebbe il sottosegretario. Leonardo verso il successore di Cingolani, protesta Azione: “Proprio ora?”
Alla campagna elettorale del 2027 si arriverà con una decisa rimessa in discussione delle forze in campo. E dopo un riequilibrio dei rapporti di forza tra Fdi e gli alleati, che si iniziano a ravvicinare con il partito della premier che perde il 2%. Conterà anche il nuovo assetto dell’ala moderata della coalizione: Forza Italia si appresta a cambiare pelle, e con lei tutta la galassia centrista che potrebbe seguirne la proiezione esterna al perimetro del centrodestra.
Marina Berlusconi rimanda l’atteso incontro con Antonio Tajani che avrebbe dovuto tenersi oggi. L’impressione generale è che siano giornate complicatissime per la sovrapposizione tra legge elettorale, riforme, ultima legge di bilancio e partita delle nomine. Non necessariamente in quest’ordine, l’agenda di maggioranza e governo somiglia a una pentola a pressione. Ma è nella seconda linea del potere che si leggono i segnali più concreti. Dentro Forza Italia, il rinvio dell’incontro tra Marina Berlusconi e Antonio Tajani non è un dettaglio procedurale. È il riflesso di un braccio di ferro aperto. Il nodo si chiama Paolo Barelli, capogruppo alla Camera, che – secondo ricostruzioni – potrebbe lasciare la presidenza degli azzurri a Montecitorio in cambio di un incarico da sottosegretario, aprendo una partita interna sulla redistribuzione dei ruoli e sugli equilibri futuri del partito. È qui che la politica incrocia direttamente il dossier nomine. Perché mentre si discute degli assetti parlamentari, prende forma anche il risiko delle grandi partecipate.
Cambiano i vertici di Fs, Leonardo, Eni? Per oggi il punto interrogativo è d’obbligo. Le indiscrezioni si moltiplicano, la politica si muove. Bene o male, lo vedremo. I mercati reagiscono. Davide Faraone, vicepresidente di Italia Viva, attacca: «Se fosse confermata, la notizia dell’intenzione di Giorgia Meloni di sostituire Roberto Cingolani alla guida di Leonardo sarebbe l’ennesima dimostrazione di un governo che antepone logiche personali e politiche ai risultati». Matteo Salvini, vicepremier e leader della Lega, si sfila: «Non è un dossier che sto seguendo io». Marco Lombardo, senatore di Azione, chiede «trasparenza, competenza e continuità industriale». Date le incertezze internazionali, la crisi energetica e le guerre in corso, siamo davvero sicuri che sia il momento migliore per un ricambio – dall’effetto terremoto – ai vertici di due giganti globali come Leonardo e Eni?
Su Leonardo, l’amministratore delegato Roberto Cingolani è al centro delle indiscrezioni. Al suo posto viene indicato Stefano Donnarumma, attuale amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, sostenuto da Matteo Salvini. In alternativa, resta sul tavolo il nome di Lorenzo Mariani, già condirettore generale del gruppo, apprezzato da Palazzo Chigi e dal ministro della Difesa Guido Crosetto.
Per Eni, invece, la linea sembra quella della continuità: Claudio Descalzi va verso la conferma come amministratore delegato, mentre per la presidenza circola il nome di Paolo Scaroni, già alla guida di Enel e indicato come figura di garanzia per gli equilibri complessivi del sistema energetico. Anche Enel si muove nella stessa direzione: Flavio Cattaneo è destinato a restare amministratore delegato, mentre la presidenza dovrebbe essere affidata proprio a Scaroni, in un incastro che tiene insieme le principali aziende energetiche italiane.
Sul fronte Ferrovie dello Stato, l’eventuale passaggio di Donnarumma a Leonardo aprirebbe una casella decisiva, ancora senza una soluzione definita ma centrale per il controllo delle infrastrutture strategiche del Paese. È un mosaico complesso, dove ogni tessera condiziona le altre. Le nomine non sono mai solo nomine: sono scelte di linea, di potere, di visione industriale. E in questo quadro, il rinvio di un incontro politico e la richiesta di un sottosegretariato diventano segnali. Piccoli, ma decisivi. Perché indicano che la partita vera non è ancora chiusa. E forse non è nemmeno cominciata davvero.
È invece finita – e finita male – la partita della nazionale italiana per la qualificazione ai mondiali di calcio. Ora si apre quella per la successione ai vertici del sistema. Andrea Abodi, ministro dello Sport, parla di responsabilità condivise con Giovanni Malagò e lascia aperto il dossier Figc: «Non mi interessa tanto chi sarà il presidente, ma che sia in grado di fare ciò che non è stato fatto». Tradotto: anche lì, si cercano discontinuità senza dichiararle. E traspare, in filigrana, la possibilità di commissariare la governance del sistema-calcio, altra metafora di un Paese che anche nelle nomine deve ritrovare la sua voglia di tornare grande.
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