Anche l’ex ministro cinquestelle Elisabetta Trenta è caduta sulla casa. Come un cittadino qualunque, uno dei quelli che saltano le code, parcheggiano in doppia fila, evadono le tasse. Uno di quelli che poi votano il partito di Grillo e vanno in corteo a gridare “onestà, onestà”, proprio come venticinque anni fa sfilavano dicendo “Di Pietro facci sognare”. Un popolo di puri, di trasparenti, soprattutto. Quelli che ci hanno insegnato, una volta arrivati nei luoghi del potere, che le loro riunioni si fanno in streaming, cioè sotto gli occhi di tutti. Quelli che mettevano alla gogna, con tanto di nomi e cognomi resi pubblici e insultati con lo sberleffo del “vaffa”, gli inquisiti nel parlamento. Abbiamo imparato tanto da loro, noi cittadini imperfetti. Ci hanno insegnato che esistono gli esseri puri. Un po’ come la mamma del bambino conteso che, davanti al Re Salomone che doveva giudicarne la maternità, accettò di farlo tagliare a metà pur di non darlo all’altra donna. La quale, essendo la vera madre, era più umana, quindi impura e preferì rinunciare al possesso pur di non vedere morire suo figlio. Il popolo dei puri è fatto così, intransigente. Meglio uccidere il bambino, pur di fare giustizia. Glielo ha insegnato Davigo. Ma il popolo dei puri è così intransigente da saper anche cambiare le regole, se serve, pur di mantenere integra la propria immagine. Quindi per esempio la nuova regola della trasparenza è: niente più streaming se la purezza deve coincidere con la riservatezza, o con i segretucci. Niente più “uno vale uno” se il Capo deve poter fare tre mestieri insieme, meglio quindi la nuova regola che dice “uno vale tre”.

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Se il sindaco di Roma o quello di Livorno sono indagati, o anche plurindagati, la nuova regola della purezza è: dipende dalle circostanze e dal tipo di reati. O dal fatto che siano dei nostri. Quindi non tutti si devono dimettere. Se il presidente della camera e la sua compagna non pagano i contributi alla colf, diventa molto onesto per tutti comportarsi così. Se si aprono un po’ di album di famiglia, e si è fatto il finimondo urlando contro Maria Elena Boschi o Matteo Renzi perché paghino “colpe” dei padri, si sa che è stato per un giusto tributo alla purezza della stirpe. E della politica. In modo che non entri più in parlamento o vada al governo qualcuno che ha genitori così indegni. Ma la regola cambia immediatamente quando vengono disvelate tre situazioni imbarazzanti. Due padri, quello di Luigi Di Maio e quello di Alessandro Di Battista, hanno sulla coscienza lavoratori in nero, problemucci con il fisco e una serie di inadempienze. Roba da piccoli imprenditori, che però avevano come soci anche gli “inconsapevoli” purissimi figli. Peccati veniali, che vengono sanati con un po’ di finto stupore dei rampolli e un pizzico di autodafè e di scuse da parte dei genitori. Poi c’è la madre di Paola Taverna, occupante abusiva di una casa popolare. Ma anche qui, basta cambiare la regola, o magari cambiar casa e la purezza è salva. Cambi casa, dunque, cara Elisabetta Trenta. Pensi che avrebbe potuto andarle peggio, se lei fosse stata un ministro della prima o della seconda repubblica o anche semplicemente della Lega quando governava con il movimento di Di Maio. Invece di indirizzarle qualche brontolio quali quelli timidi di questi giorni, i suoi amici grillini l’avrebbero sputtanata su tutti i giornali, denunciata alla procura della repubblica e cacciata a calci nel sedere gridando “onestà onestà”. Per fortuna si sono accorti anche loro di essere impuri.