All’origine dei continenti c’era la Pangea, che univa le terre emerse del nostro pianeta. Poi i terremoti, le derive delle placche oceaniche e continentali, ma soprattutto il tempo hanno portato alla Terra così come la conosciamo oggi. Il secondo mandato di Donald Trump è stato per l’Europa una specie di Big bang che l’ha fatta passare da una Pangea politica a un arcipelago le cui isole vanno sempre più alla deriva. Ciascuna con la propria idea di sicurezza, di alleanze e di futuro. È questa l’immagine suggerita dal rapporto “The European Archipelago: building bridges in a post-Western Europe”, pubblicato dallo European Council on Foreign Relations (Ecfr).

Il documento fotografa un’Europa non più compatta, ma un insieme di opinioni pubbliche diverse, spesso incompatibili tra loro. Con gli Stati Uniti percepiti oggi come meno affidabili, la Russia in guerra sul fianco Est e la Cina sempre più presente sui nostri mercati, gli europei si dicono pessimisti del proprio destino. Molti dubitano che l’Ucraina possa vincere presto, temono un possibile attacco russo al proprio Paese e giudicano l’Ue inefficace. «Il cuore dell’analisi è il sondaggio condotto nel novembre 2025 in tredici Paesi europei», spiega Arturo Varvelli, direttore dell’Ecfr – Rome. «Intervistando oltre 16mila persone, abbiamo individuato sei grandi isole di opinione (falchi, colombe, gli atlantisti, euroscettici, nazionalisti e trumpisti), definite da tre domande chiave. Gli Stati Uniti sono ancora un alleato? L’Europa deve spendere di più per la difesa? L’Unione Europea difende davvero i nostri valori?» I falchi, circa il 28% degli intervistati, sono cittadini che vogliono una difesa europea forte e una maggiore indipendenza dagli americani. Seguono le colombe (21%), che continuano a sostenere l’Ue, ma si mostrano molto cauti sull’aumento delle spese militari. Questo gruppo è particolarmente robusto in Italia e in Spagna, dove la percezione del pericolo russo, per esempio, appare lontana. Più ridotti gli atlantisti duri e puri, che dichiarano fedeltà a Washington, mentre i gruppi minori appaiono più anti-Ue e aperti a soluzioni unilaterali.

Il risultato è un continente in cui le opinioni sono sempre più “on demand”. La linea politica di oggi può essere rigettata domani. Pochi condividono contemporaneamente tutte le posizioni necessarie per rendere l’Europa davvero autonoma. «Per unire l’arcipelago, bisogna costruire ponti e formare maggioranze stabili», aggiunge Varvelli. «Una strada percorribile è quella della “coalizione dei valori”, che unisce falchi, colombe e parte degli atlantisti intorno a un’idea di cooperazione europea fondata su sicurezza, prosperità e principi condivisi. Meno auspicabile la “coalizione della baionetta”, centrata solo sull’aumento delle spese militari. Mentre va assolutamente evitata la coalizione euroscettica, che potrebbe indebolire irreversibilmente l’Unione». L’Ecfr suggerisce ai leader Ue di smetterla di parlare solo ai propri sostenitori e avviare narrazioni capaci di collegare la necessità di difendersi con la creazione di posti di lavoro, la crescita economica e il senso di solidarietà tra europei. «Non basta invocare il pericolo esterno – dice Varvelli – serve una visione positiva che renda attraente l’idea di un’Europa più forte e autonoma».

Per il nostro Paese il messaggio è rilevante. Una parte consistente dell’opinione pubblica italiana è sì legata all’Europa, ma fatica a immaginare un maggiore impegno in termini di difesa. Dopo tanti anni di sacrifici economici, imposti proprio dall’Ue, è difficile metabolizzare il messaggio per cui la sicurezza richiede risorse di spesa pubblica. Per quanto la nostra filiera di riferimento sia comunque importante. L’impegno della classe dirigente italiana è di convincere l’elettorato in tal senso. In un mondo post-occidentale diventato più duro e imprevedibile, l’Europa non può permettersi questa frammentazione. Può tornare a essere un continente solo se qualcuno avrà il coraggio e l’intelligenza di gettare i ponti giusti tra le sue diverse anime. Il tempo per farlo non è infinito.

Avatar photo

Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).